Le conseguenze necessarie

Alcune riflessioni sul cinema dei Coen

Nonostante la pomposità del sottotitolo, in realtà la riflessione è una, e si sostanzia già nel titolo. Peraltro questo pezzo non solo contiene spoiler, ma addirittura si fonda su uno spoilerone spropositato. A breve, infatti, rivelerò la fine di True Grit (2010), e chi non fosse interessato a conoscerla può smettere di leggere ora.

1

Il Grinta è un western che inizia con questa premessa: un uomo è stato ucciso e sua figlia, una ragazzina di quattordici anni, si mette in testa di vendicarlo, perché – dice lei – «si deve pagare per tutto, a questo mondo, in un modo o nell’altro».
Così la ragazzina si ritrova nella realtà senza legge dei Territori indiani e insieme a un vecchio sceriffo ubriacone va alla ricerca dell’uomo che ha ucciso suo padre.
È da dire che la bambina è caratterizzata fin da subito da una determinazione e un pragmatismo quasi inverosimili: non piange il corpo del genitore, ma si dimostra abilissima nel portare a termine gli affari monetari di quello; assiste con notevole sangue freddo a diverse morti; tiene sempre testa dialetticamente a qualsiasi interlocutore, spendendo con disinvoltura il nome dell’avvocato di famiglia e dicendo sempre quello che pensa. È insomma una ragazzina molto cazzuta.

Alla fine la piccola Mattie uccide l’uomo che ha ucciso suo padre.
Ma subito dopo, per via del fatto che gli ha sparato con un fucile, dal rinculo viene fiondata all’indietro e cade in un pozzo e viene morsa a una mano da un serpente a sonagli.
Arriva il vecchio sceriffo, che scende nel pozzo sparando ai serpenti e riesce a riportarla in superficie. Cavalcano per tutto il giorno e tutta la notte, finché il bel cavallo nero della bambina non cade stremato e viene abbattuto (sarà l’unica volta che la piccola piangerà, e sarà un pianto disperato), e poi è lo sceriffo stesso a caricarsi in braccio la bambina e ad arrancare fino al posto più vicino dove possa essere curata.
«Quando raggiungemmo l’emporio di Begbie, la mia mano era gonfia e nera. Non ero cosciente quando persi il braccio».

Il film si chiude poi su Mattie cresciuta: una donna di quarant’anni, zitella e senza un braccio, che trasferisce vicino a casa (e accanto alla tomba del padre) la bara del vecchio sceriffo.

2

Matteo 5,30: «E se la tua mano destra ti è causa di scandalo, tagliala e gettala lontano da te: è meglio infatti che uno solo dei tuoi membri perisca e che non tutto il tuo corpo sia gettato nella Geenna».
La mano tagliata di Mattie mi ha perseguitato per qualche giorno. Continuavo a pensarci e ripensarci, ma l’unica cosa a cui ero giunto era di fatto la citazione di cui sopra. Come spunto era in effetti già sufficiente per iniziare una riflessione.

Mattie ha dovuto uccidere per vendicarsi. Perciò è arrivato il Serpente a prendere possesso di quella mano macchiata dal delitto. («Si deve pagare per tutto, a questo mondo, in un modo o nell’altro»). È quindi il vecchio Rooster Cogburn a farsi carico di salvare la bambina dal veleno. E alla fine della «cavalcata notturna» lei sarà salva, mentre lui sarà senza rimedio invecchiato. («Si deve pagare per tutto, a questo mondo, in un modo o nell’altro»).

Poi nel frattempo ho scoperto anche un’altra cosa.
Il True Grit dei Coen è infatti il rifacimento di un film omonimo del 1969  (la regia era di Henry Hathaway, e c’era John Wayne nei panni Rooster Cogburn), ma in quell’originale – da quel che ho capito – non c’era alcuna mano tagliata.
Convinto come sono che, in presenza di un modello stabilito con ogni certezza, qualunque deviazione dal suddetto modello acquisti valenza ancor più significativa, mi sono persuaso che a maggiore ragione la mano tagliata (proprio perché volutamente tagliata) faceva parte di un disegno più ampio.

3

Mi è venuto infatti da pensare che molto del cinema dei Coen, e in particolare molto di quello che ai nostri occhi è grande nel cinema dei Coen si può ricondurre a una peculiare maniera di presentare la materia narrativa.
Le storie che i Coen sono soliti mostrarci vengono infatti elaborate come trafile lunghissime di cause ed effetti, come teorie potenzialmente infinite di azioni e di conseguenze che necessariamente da tali azioni sono determinate.
Basti pensare non solo a certi capolavori (Fargo e Grande Lebowski), ma anche ad alcune delle prove “minori” (Burn After Reading). E così pure a quello che ancora costituisce un unicum nella loro produzione, cioè l’adattamento originale di un soggetto non originale: nel momento in cui i Coen si mettono in testa di portare sullo schermo una storia scritta da qualcun altro, scelgono un romanzo (il Non è un paese per vecchi di McCarthy) che proprio relativamente a questo aspetto riflette molto da vicino la loro poetica.

Qual è la conseguenza più evidente di una scelta del genere?
A mio parere, il fatto che la maggior parte delle loro storie (o almeno quelle sopra elencate) non finiscono, non hanno una fine, dato che sempre vi sarà un’ultima azione che rimarrà orfana della sua reazione.
Non è un paese per vecchi, per esempio, è magistrale nel trasferire sullo schermo la serie di dissolvenze entro cui la vicenda si smorza e si esaurisce (ma senza canonicamente finire).
Oppure si prenda Il grande Lebowski. Il grande Lebowski ha un finale? No. Come è proprio il cowboy a dirci, la vita va avanti, il mondo va avanti, anche senza che ce ne accorgiamo le cose procedono.

Conclusione

Ed ecco invece che Il Grinta un finale ce l’ha, e ce l’ha – secondo me – proprio perché la mano di Mattie Ross è stata sacrificata.
In quanto opera incentrata sul tema della colpa e della punizione, una volta che la colpa è stata sradicata, obliterata, scaricata sul corpo vecchio e stanco (e già di per sé simpaticamente colpevole) di Cogburn, allora non sussistono più conseguenze da diluire in un non-finale, e può invece sopraggiungere la fine, inquadrata nel solingo cimitero.

Rimane poi che Il Grinta è un film molto bello anche per altri aspetti, però quello che avevo da dire era questo.

[Nota. Nella girandola di cause ed effetti ricordata sopra c’è di fatto un’unica vittima innocente: Tuttomatto, il cavallo nero. Come si è detto, è soltanto per lui che Mattie piange.]

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