Qmtsdg

Qualche settimana fa mi è stato chiesto di recensire brevemente 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni. La recensione è disponibile qui, ma adesso faccio che la metto a disposizione anche qui.

Mi è stato chiesto di recensire brevemente 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni, che è un film molto bello, ben girato e ben recitato, e che se non l’avete visto, dovreste farlo, però io l’ho visto una sola volta già molto tempo addietro, e perciò non me lo ricordo con troppa precisione e per intero, ma proverò comunque a spiegare cosa ne penso.

Innanzitutto va detto che si tratta di un film di produzione romena, è datato al 2007 e nello stesso anno ha avuto numerosi riconoscimenti tra cui la Palma d’oro a Cannes. Il suo autore è Cristian Mungiu, regista tra i più quotati attualmente in Romania, artista relativamente giovane e per questo appartenente già a quella generazione che non ha avuto bisogno di espatriare per trovare affermazione, essendo sopraggiunti per tempo l’89 e la caduta del regime. Le riflessioni che sono state e che sono tuttora portate avanti da questa generazione di registi vertono per una quota importante sul periodo antecedente
alla rivoluzione di dicembre, ed è il caso pure di Qmtsdg.

Qmtsdg racconta la storia di un aborto ambientata in una situazione storico-politica (appunto la Romania di Ceauşescu) in cui la pratica dell’aborto è severamente vietata dalla legge. C’è una ragazza che è incinta e che ha deciso di abortire e c’è la sua amica, il cui punto di vista viene assunto dallo spettatore, che si è fatta carico di aiutarla, trovando il medico e la stanza d’albergo e occupandosi di quelli che potremmo definire i dettagli
pratici della questione.

Il film è costruito su una narrazione molto asciutta, che mira all’essenzialità. Il tempo del racconto è limitato a una giornata. Gli ambienti, con una sola significativa eccezione, sono racchiusi quasi sempre nello squallore angusto di stanze o mezzi di trasporto. Il passato delle due ragazze, le ragioni di questa amicizia, le loro occupazioni, i loro interessi e desideri, persino le motivazioni alla base delle loro scelte, sono tutti elementi che rimangono per noi totalmente sconosciuti, o in ogni caso accessori. Non sappiamo perché
Găbiţa ha deciso di abortire, perché Otilia si è offerta di aiutarla, perché il dottore non ha chiarito fin da subito quanto sarebbe costata l’intera operazione al di là dell’aspetto monetario. E come lo svolgersi della vicenda e il sorgere di nuovi aspetti e complicazioni colgono impreparate e inermi le protagoniste e le rendono vittime a differenti livelli e in differenti maniere, così anche lo spettatore è colto impreparato, trascinato e sconvolto da una oppressione che prende forma in poche parole e in lunghi silenzi.

Ma questa essenzialità programmatica si estende anche oltre il mero aspetto narrativo del film e ne coinvolge l’intero impianto di significato.

Costituendosi infatti come opera civile e proponendo una descrizione che è innanzitutto descrizione di una società, il film di Mungiu è tanto più lodevole ed efficace in quanto riesce ad attenersi a uno dei paradigmi più suggestivi a cui opere di tale genere possono ricorrere.

Il paradigma è: mostrare senza giudicare, laddove – come abbiamo appena detto – il mostrare è improntato alla sintesi e dove evidentemente anche il dare giudizi (di qualsivoglia forma e tendenza) verrebbe percepito come un inutile appesantimento ed è dunque escluso a priori.

Coerentemente con questo assunto, gli stessi cardini della vicenda, cioè l’interruzione della gravidanza di una ragazza e l’illegalità che necessariamente viene commessa a questo scopo, sono separati da ogni possibile valutazione morale. Se mai questa valutazione c’è stata, essa è già stata e non ha senso rievocarla, e se invece c’è ancora, essa è presente al livello della coscienza dei personaggi, dunque è solo percepibile ma non visibile.

È mia opinione che questa mancanza non sia affatto un limite, e che anzi il “non parliamone più” fornisca la chiave di lettura più completa per comprendere il film.

Allo stesso modo, infatti, non vengono giudicate neppure l’economia socialista, né la pianificazione della formazione tecnica e universitaria, né le conseguenze dell’una e dell’altra, il mercato nero, la corruzione, gli imbarazzi della disparità sociale, il clima tetro dei dormitori, la depressione endemica. Tutto ciò viene semplicemente mostrato, e nulla più, e così la realtà che vediamo è qualcosa di dato, acquisito, in un certo senso immutabile, dal momento che tutte quelle conseguenze sono inquadrate in un sistema che le giustifica e le spiega.

Ma se in tutto questo universo di maledetta necessità c’è una morale, essa ci costringe a guardare ancora una volta da vicino il feto di Găbiţa e a scrutarlo con tagliente rigore sillogistico: ciò che è illegale ha dei costi altissimi; l’aborto è illegale; dunque.

Adesso poi voglio dire anche due parole sul finale, ma chi non l’ha visto non si deve preoccupare, perché non è che svelerò grandi verità o chissà cosa. Solo vorrei dire che Qmtsdg appartiene a una categoria molto ristretta di film accomunati da un preciso particolare. I pochissimi film che ho visto e che presentano quel particolare sono tutti a loro modo dei bei film. Si tratta di film in cui, nell’ultima scena, ma proprio nell’ultima inquadratura, uno dei personaggi inquadrati, senza che ci sia un particolare motivo per farlo, se anche prima stava guardando da un’altra parte, improvvisamente, all’ultimo secondo, guarda in camera, e subito dopo quello sguardo iniziano i titoli di coda.

Non so perché, ma è una cosa che mi dà i brividi.

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