Alcune cose che so di lui (1)

Per quel poco, pochissimo che conosco di Don DeLillo, c’è tuttavia un carattere del suo fare letteratura che mi lascia stupefatto ogni volta che ci penso.
DeLillo ha scritto una quindicina di romanzi e io ne ho letti soltanto tre, ma solo due di questi verranno presi da me in considerazione in questa sottospecie di analisi, dal momento che Rumore bianco l’ho letto molti anni fa, quando ancora non ero “pronto” per la sua prosa e di conseguenza ne ho digerito alcuni aspetti, ma la sua totalità e complessità (secondo molte voci, si tratta addirittura del suo lavoro migliore) sono rimaste per me sospese tra la pagina e l’occhio (che è un modo elegante per dire che l’ho letto in fretta).
Per la seguente sottospecie di analisi, dunque, si prenderanno in considerazione Underworld (1997) e L’uomo che cade (2007) (ma non necessariamente in quest’ordine).

Qualche anno fa, mentre leggevo L’uomo che cade, e più tardi, l’inverno scorso, mentre attendevo alla lettura di Underworld, mi si imprimeva nella stessa il pensiero che ciò che stavo leggendo nascondesse un sostrato solo percepito, per il fatto che la materia del racconto pareva complicata da una serie di elementi che allargavano in maniera non immediatamente comprensibile ciò che di quel racconto era senza dubbio il tema principale.
La consapevolezza che si trattasse di una impressione e che tale impressione colpiva me in quanto lettore è ciò che ora mi spinge a chiedermi: Che cosa accade al lettore di DeLillo?

Prendiamo per esempio Falling Man. Grazie ad alcuni elementi paratestuali (immagine e quarta di copertina, o eventuali risvolti) e a fonti indirette (recensioni e cose simili), il lettore inizia a leggere L’uomo che cade già sapendo che il romanzo tratta dell’11 settembre (2001). Anzi la lettura della prima pagina lo rende ancora più certo di questo fatto, e non c’è niente che lo possa convincere che ciò non sia vero: L’uomo che cade è un romanzo sull’11 settembre.
Il romanzo inizia pochi istanti dopo il crollo della prima torre, quando la strada è ormai piena di polvere, e la vicenda si sviluppa poi descrivendo quello che con molta espressività gli anglofoni chiamano “aftermath”. Il lettore si trova dunque a leggere di newyorkesi che non sanno dove andare, oppure lo sanno ma non possono andarci, oppure ci vanno lo stesso, ma tra mille esitazioni, e in ogni caso ogni loro vagare è un vagare per la città ferita, un perdersi nelle strade sconvolte, un tornare sui propri passi, un disperare di poter trovare nuove vie. L’uomo che cade è in un certo senso il romanzo di un pellegrinaggio disperato e senza meta, compiuto con la morte nel cuore e nella testa, e tutto perché, in un giorno di settembre, nel cielo sono comparsi gli aeroplani.

Però il problema, cioè quello che mi lascia stupefatto e mi impressiona, è che questo tema, questo argomento principale viene allargato. Niente di strano, in sé. Voglio dire: leggiamo i romanzi anche perché questi riescono a parlarci di molte cose contemporaneamente. Però è il modo in cui la cosa avviene per mano di DeLillo, e in particolare la strategia che DeLillo usa per disporre l’insieme della materia narrativa che ha selezionato per presentarcela: questo è ciò che mi risulta di difficile comprensione.
Infatti, una volta isolati, gli argomenti che io dico “secondari” non mostrano una immediata connessione con l’argomento principale. Per tornare al nostro esempio, in cui il tema principale sono le conseguenze dell’11 settembre (svolto attraverso il “foro” del pellegrinaggio), ho individuato i seguenti tre argomenti secondari: gioco d’azzardo, perdita della memoria, non corrispondenza tra nome e persona.

Una cosa simile pare accadere anche in Underworld, dove l’argomento (la storia degli Stati Uniti durante la Guerra fredda) viene sì svolto attraverso un preciso impianto metaforico (la spazzatura, i rifiuti, la monnezza), ma vi si collegano anche altri sottotemi (la vecchiaia, il tradimento, la leggenda urbana), che sottostanno al testo in maniera carsica e che, quando affiorano, sono comprensibili solo intuitivamente, e risultano invece ostici al razionale.

Verso la metà dell’Uomo che cade la protagonista femminile si chiede Che cos’è un correlativo oggettivo? Che cos’è la dissonanza cognitiva?
A distanza di tre anni da quando l’ho letto, sarei tentato di andare da Lianne e risponderle: È proprio quello che ho letto, e c’eri dentro anche tu, eri tu ed era il tuo mondo.

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