Alcune cose che so di lui (2)

Riconosco di essermi dilungato parecchio su L’uomo che cade, e forse anche troppo, ben sapendo – tra l’altro – che intorno a questo romanzo era sorta all’epoca della sua uscita una polemica, poiché alcuni – mi pare – non vi riscontravano i caratteri del suo autore ed erano perciò portati a considerarlo un’opera inferiore. Ora, però, io quella polemica non la conosco a fondo (e forse dovrò prima o poi documentarmi meglio), e del resto ne venni a sapere tempo dopo che era sorta e si era spenta e a molti mesi di distanza da quando avevo letto il romanzo in questione.
Ma ne ho parlato a lungo perché innanzitutto – al di là di qualsiasi discorso fatto da chi certamente ne sa più di me in materia – L’uomo che cade mi è piaciuto assai e continua a piacermi anche adesso che ci ripenso. E – cosa curiosa – questo giudizio positivo si era venuto formando nella mia testa in maniera consapevole. Cioè a un certo punto della lettura avevo pensato e dichiarato a me stesso: Questo romanzo mi piacerà.

Era successo quasi all’inizio, quando con sfrenato orgoglio campanilistico, nel bel mezzo di una narrazione ambientata a New York e impregnata di New York, io – bolognese volgare – avevo letto un’interpretazione di Giorgio Morandi.

Ah, che soddisfazione! Quel Giorgio Morandi che campeggiava sui poster appesi nel salotto del paterno ostello, e i pellegrinaggi a Grizzana e in via Fondazza, e il Fondo Morandi alla GAM, l’autore che la maestra alle elementari ci esortava a imitare per imparare il disegno, ora ne leggevo calato in un romanzo che narrava il centro di quell’impero di cui lui e io e le generazioni a noi precedenti avevamo visto solo la periferia.

Pag. 14. Più di tutto le piacevano le due nature morte appese alla parete nord, di Giorgio Morandi, che sua madre aveva studiato e di cui aveva scritto. Erano gruppi di bottiglie, brocche, scatole di metallo per biscotti, nient’altro, ma c’era qualcosa nelle pennellate, o nei bordi irregolari di vasi e barattoli, che sembrava contenere un mistero a cui non sapeva dare un nome, una sorta di introspezione, umana e oscura, distante dalla luce stessa e dai colori del dipinto. Natura morta. L’espressione sembrava più forte del dovuto, quasi sinistra […].

Pag. 52. Martin era fermo davanti ai dipinti.
– Guardo questi oggetti, oggetti di cucina, ma estrapolati dalla cucina, liberati dalla cucina, dalla casa, da tutto ciò che è praticità e funzionamento. E sarà che sono ancora in un altro fuso orario. Sarà che mi sento più frastornato di quanto solitamente mi capita dopo un lungo viaggio, – disse, quindi tacque. – Ma in questa natura morta io continuo a vedere le torri.
Lianne lo raggiunse davanti alla parete. Il dipinto in questione raffigurava sette o otto oggetti, i più alti disposti contro un ruvido sfondo color ardesia. Gli altri, scatole e biscottiere di latta tozze, staccavano in massa sul restro più scuro. L’intero gruppo, in prospettiva disomogenea e colori perlopiù smorzati, emanava una strana sorta di austera potenza.
Lo guardarono insieme.
Due degli oggetti più alti erano scuri e cupi, con segni fumosi e sbavature, e uno dei due era parzialmente coperto da una bottiglia a collo lungo. La bottiglia era una bottiglia, bianca. Era ai due oggetti scuri, troppo vaghi per essere identificati, che Martin si riferiva.
– Tu che cosa vedi? – le chiese.
Lei vedeva ciò che vedeva lui. Vedeva le torri.

Che oziosa parentesi – starà dicendo chi legge. Eppure mi serve a spiegare quello che penso, perché nel frattempo i miei pensieri hanno seguito un determinato corso.

Da quello che so, DeLillo ama le digressioni che sconfinano nel mondo dell’arte, e quella su Morandi ne è un esempio. Un’altra cosa che so di lui è che conosce quantomeno in maniera basilare l’italiano. Facendo uno più uno, mi viene da pensare che forse è a conoscenza di quel curioso cortocircuito linguistico per cui all’inglese “still life” corrisponde l’italiano “natura morta”. Ed ecco che mi appare un’illuminazione e mi dico che forse è una natura morta che DeLillo ha in mente quando progetta di disporre la materia dell’Uomo che cade in quel modo.
La natura morta è ciò che di più plausibile mi pare possa avere avuto in mente uno che nello scrivere degli effetti e delle conseguenze di una tragedia collettiva parla dell’azzardo, della perdita di memoria e dei nomi che cambiano, laddove è appunto la natura morta che per suo statuto autorizza il pittore a mettere insieme le mele con le pere, o le bottiglie con le caraffe, o le mele con le bottiglie, senza che alla mente dello spettatore sorgano problematiche cognitive di alcun genere.
E allora io mi trovo a leggere un romanzo dove i nomi delle persone vengono travisati, oppure vengono modificati di proposito a qualche scopo, e dove una moglie dice al marito Tu vuoi uccidere qualcuno. […] È da un po’ di tempo che vorresti farlo […]. Non so come funzioni o cosa si provi. Ma è una cosa che porti con te, e dove a questo marito succede che per tutto il tempo del racconto cerca di ricordarsi alcuni dettagli che ha come dimenticato, e forse è per questo che comincia a dedicarsi al poker in maniera tanto disciplinata.

E mentre leggo tutto questo, io cosa vedo? Vedo le torri.

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