Sarajevsko pivo

Alla fine arriviamo a Sarajevo che la guerra è terminata ormai da sedici anni. Certi solai collassati e alcune tracce di vecchi incendi sembrano i segni più di un’incuria che di altro. I fori dei proiettili sui muri e sui selciati sono come tanti memento di una cattiva e disastrosa digestione. Possiamo fotografare tutto quello che vogliamo, siamo pieni di memoria digitale nelle nostre macchinette, abbiamo spazio e stomaco sufficienti per immergere le coscienze nel conflitto, ma la popolazione del luogo non ci fornirà supporto più di tanto, e quelle inquadrature le prenderemo in fretta e di nascosto. Non siamo giornalisti sotto assedio all’Holiday Inn, non siamo emissari se non di noi stessi, non siamo testimoni se non delle nostre vacanze. Dopo tutti questi anni, il mondo dice di sapere cosa è successo a Sarajevo, anche se Sarajevo pensa che ciò sia vero soltanto fino a un certo punto.

Dimentica Travnik, dimentica Jajce, non aspettarti Belgrado. La città in cui sei giunto non è architettata come un’eredità feudale, e nessun truce e rassicurante castello è sulle sue colline. Sarajevo è lunga e diritta come una strada, non oppone resistenza alle merci che lungo questa corrono come su comode rotaie. Il suo nucleo storico coincide con il caravanserraglio. Sui crinali che la circondano, tutt’al più, si può stabilire la linea del fronte. Ma altrettanto dimentica Omero, Tucidide, Apollodoro Damasceno, non tenere conto di Costantinopoli né di Leningrado. Sul finire del ventesimo secolo un esercito senza stato assediò la capitale di uno stato senza esercito, ma non vi era alcuna intenzione di espugnarla. Fatti come questo accadono molto raramente.

E dimentica anche il concetto che hai di memoria storica, che è un concetto tanto borghese, come la tua digitale compatta nuova di fresco bene esemplifica. Chiediamoci pure, mentre facciamo le foto, che senso ha lasciare aperti certi buchi nei muri dei palazzi che se ci guardi dentro quasi ci vedi i letti, gli armadi, le cucine, ma a patto di chiedersi anche: perché il Museo del Tunnel, consigliato da tutte le guide postbelliche, è a gestione famigliare, chiuso a chiave in una cantina, che bisogna prenotare la visita per telefono e ad agosto non è detto che i proprietari sono in città? E che? Tu rinunceresti forse alle vacanze per permettere a uno sconosciuto di entrarti in casa a vedere come si viveva sedici anni prima?

Sono ormai due o tre le generazioni che ci separano da esperienze del genere, certo non guadagneremo in conoscenza fermandoci qui per pochi giorni. Giriamo per librerie e al quarto tentativo troviamo una copia della Survival Guide. Marino e sua moglie ci raccontano di come sono andati via per trasferirsi a vivere in Australia. Nel novantuno mia mamma telefonava a Gorizia e la zia Renata diceva che si sentivano i cannoni sparare. Il figlio dei vicini di Oliver, giocando in un prato, ha lanciato il pallone lontano, è andato a riprenderlo e ha visto un cilindro di metallo arrugginito nell’erba. Eravamo entrati nella Bosnia passando la frontiera a Bihać, e sulla punta di un piccolo villaggio arroccato avevo visto per la prima volta un minareto. Ne ho visti poi molti altri, nei tre giorni successivi, prima di arrivare qui, e per la prima volta sono anche entrato in una moschea (era quella di Travnik).

La Mari, invece, ha visitato Istanbul ed è stata in Palestina, le moschee le conosce già, e così io le chiedo se è vero che mi devo togliere le scarpe, mentre lei invece mi chiede: perché l’Europa non ha fatto niente? Ma Mihaela a Zagabria aveva raccontato che il russo era la prima lingua straniera nei corsi, ed era obbligatorio. Cos’era dunque questa Europa-che-avrebbe-dovuto-fare-qualcosa? E che cosa mai avrebbe potuto fare? Se ci si documenta sugli Accordi di Dayton, ci si accorge della singolare rilevanza che ha il seguente dato: il territorio della Bosnia-Erzegovina è diviso in parti non perfettamente uguali. Forse l’Europa doveva impegnarsi di più per portare quel 49-51 verso il 50-50? Se così fosse stato, magari non avremmo incontrato, nei pressi di Mrkonjić Grad, un colossale reduce ubriaco che in lacrime ci faceva brindare al generale Ratko.

Peraltro, il confine tra le due entità amministrative passa proprio alle spalle di Sarajevo, proprio sopra la casa dove siamo ospitati. In effetti il taxista a cui avevamo chiesto informazioni ci aveva detto che praticamente dovevamo entrare in Serbia, se volevamo raggiungere la strada dove abita Oliver. Avevo pensato che avevo capito male ma poi, vedendo il cartello del confine, avevo capito meglio. E poi, vedendo quello che si vedeva dalla finestra della casa, avevamo capito che cosa significava stringere d’assedio la città. La geografia è una scienza complicata, che riesce nello stesso momento a chiarire aspetti di difficile comprensione e ad ingarbugliare il quadro d’insieme proprio quando pensi di averlo afferrato.

Lo stesso discorso, più o meno, vale anche per la scienza storica. Può capitare che figure come quelle di Eugenio di Savoia o di Maometto II siano pressoché ignorate da questa parte dell’Adriatico. Può capitare che i conflitti che procedono lungo dinamiche etniche o religiose (per quanto labile sia la definizione di tali dinamiche) siano perlopiù percepiti come indecidibili da parte di eventuali strutture esterne preposte alla risoluzione dei conflitti stessi. Può capitare che, se cinque secoli fa un tuo lontano zio si è convertito, tu ti ritrovi a muovere guerra a qualche lontano cugino. Ma il cugino che soccombe che cosa ha imparato dalla storia? E tu che cosa hai imparato più di lui? Pochi giorni prima, all’uscita della moschea, un tizio biondissimo mi aveva salutato con un Salaam aleikum.

E alla fine ripartiamo, lasciamo Sarajevo, anche noi per trasferirci a vivere da qualche altra parte. In giornata arriveremo a Mostar e stupiremo davanti al Patrimonio (ricostruito) dell’Umanità (sempre la stessa: una parte compie tuffi di venti e passa metri giù nel fiume; l’altra parte paga per vedere i tuffi). E dopo un pomeriggio dedicato ad ammirare la geologia delle Alpi Dinariche, in serata saremo alle foci della Neretva, in territorio croato, cristiano-cattolico. Abbandoniamo Sarajevo ai suoi possibili destini e alle sue impronte invisibili. Come suveniri, oltre alle foto, abbiamo la già citata Survival Guide e l’edizione inglese delle Marlboro di Jergović, ma abbiamo comprato anche un paio di segnalibri di cartone. Quello con lo stemma delle Olimpiadi dell’ottantaquattro è per mio padre, noto appassionato di sci.

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