tutto è più difficile nell’età adulta […].

Non sto aggiornando il blog ormai da un mese. Sono stato molto impegnato con alcune letture. Mi sono regalato e fatto regalare tre bei tomi, tutti e tre a loro modo che parlano di guerre, conquiste, strategie di difesa, truppe in marcia, stanziamenti, assedi, veglie di guardia, posti di blocco, insomma di quegli argomenti che interessano a me (come notava mio padre qualche giorno fa mentre gli dicevo queste stesse cose).
In particolare, c’è uno di questi tre che mi ha letteralmente fulminato, nel senso che la confusa combinazione di vuoti e di pieni che solitamente chiamiamo testo, nel caso di specie configurandosi non soltanto come testo narrativo, ma riuscendo altresì a disegnare una carta geografica e a tracciarne l’evoluzione storica, tramite una peculiare e arditissima alchimia sintattica mette in luce il carattere sostanzialmente paradigmatico della “cosa”, di ciò che già dal titolo sappiamo esserne l’argomento, il suo oggetto narrativo-descrittivo, facendo sì che io lettore, se l’istante prima riuscivo a cogliere nettissimi i confini di quella mappa incarnatasi in racconto, l’istante dopo giunga perfino a dubitare dell’esistenza di quei confini, spaziali o temporali che siano.

Il romanzo si intitola Zona, è stato scritto da Mathias Énard, che nonostante tutto quel che ha scritto ha una faccia simpatica e gioviale. L’edizione originale, in francese, è del 2008. L’edizione italiana data a sei-sette mesi fa. In rete si può trovare già qualche materiale per indirizzarsi alla lettura e dotarsi di precoce interpretazione (materiale informativo che peraltro è alquanto consonante con il battage del retro di copertina).

Si tratta di un libro che inizia con la lettera minuscola e in cui – a eccezione di tre capitoli che cosituiscono un “racconto nel racconto” – non c’è nessun punto fermo fino all’ultima parola dell’ultima pagina. In questo modo il libro si compone di una sola frase lunga 500 e passa pagine.
La materia narrativa è suddivisa in ventiquattro capitoli piuttosto omogenei. Questo fatto dei ventiquattro capitoli è fra gli argomenti principali quando ci si riferisce a Zona come a “un’Iliade moderna”. Riguardo a tale accostamento, a proposito intervistato, l’autore risponde con maggiore circospezione e parla di Omero come “sottotesto” del suo lavoro.
La Zona di cui si narra è il nome con cui il protagonista, Francis Servain Mirković, ex combattente nei Balcani e (quasi) ex agente segreto di Parigi, identifica il Mediterraneo e le terre che su questo si affacciano: una regione geografica che, da che mondo è mondo (e da che l’uomo tiene memoria dei fatti), si è caratterizzata per una tragica storia di morti e vendette, continuamente percorsa da eserciti vittoriosi, eserciti in rotta, flotte, ricchezze, straccioni e disperati, carovane, poeti e scrittori, poi altri eserciti, poi di nuovo altri mercanti, e così via e così via in un seguirsi di guerre, battaglie, scaramucce, poi altre guerre, paci, paci separate, paci armate, generali fascistissimi, estremisti decapitatori, nazisti nascosti, giornalisti guevariani, Beirut, l’Armenia, la caduta di Barcellona, Troia, le Termopili, la Seconda guerra mondiale, lo “scontro di civiltà”, Cervantes che quasi ci rimane secco a Lepanto, Burroughs che si strafà in autoesilio a Tangeri.

Il protagonista racconta tutto questo, e il modo in cui lo fa, quella sua frase di 500 pagine, è appunto quello che lascia fulminato il lettore, perché senza un ordine e senza pause gli si presentano davanti tante storie.
E io, che per il resto ho scarse conoscenze delle derive letterarie degli ultimi secoli, non saprei che altro dire su questo che è sì un flusso di coscienza, ma che diviene in breve tempo un fiume in piena, poi un diluvio universale. La definizione che più mi pare attagliarsi Zona è: il monologo di un’emicrania.
Ma quelle sue tante storie, presentate organicamente pur nella loro frammentarietà, sono in definitiva l’aspetto che più mi convince sul fatto che Zona sia un capolavoro.

Una lunga tradizione esegetica polarizzava scherzosamente l’ispirazione poetica degli antichi suddividendo i poeti stessi tra “bevitori d’acqua” (perlopiù epigoni e imitatori concentrati sulla giustezza dello stile) e “bevitori di vino” (cui erano connesse di natura la sincerità e l’animosità). Curiosamente, proprio il succitato Omero veniva preso a iniziatore della corrente “vinosa” della letteratura.
E in effetti – come si diceva – c’è tanto Omero in Énard: c’è il rumore di due armi di bronzo una contro l’altra, che apre il romanzo, ma ci sono anche un metanarrativo “catalogo dei treni” (cap. 3), un abbozzo di Doloneia (cap. 11), gli epiteti, le divinità, i segni premonitori. Omero è presente davvero come “sottotesto”, in quanto l’Iliade è stato il primo tentativo di comprendere la Zona attraverso la narrazione.
Tuttavia credo che per Énard sia necessaria una terza categoria: la sua penna trasuda composti azotati, la sua scrittura è amminica, Énard è poeta “d’alcaloidi”.

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