This must be the plot

Premessa minore

Mi sono svegliato poche mattine fa con la consapevolezza che qualcosa mi aveva disturbato ma non sapevo esattamente cosa, sicché ho proceduto per tentativi a seguire le tracce del sogno che mi aveva lasciato quella consapevolezza.

Premessa maggiore

La sera avanti eravamo andati al cinema a vedere This must be the place di Paolo Sorrentino.

A dir la verità, la proposta di andare a vedere quel film non mi convinceva del tutto, e prima di entrare al cinema continuavo a non sentirmi coinvolto, supponevo che il film non mi sarebbe piaciuto più di tanto, pregustavo già una sorta di delusione.
Comunque alla fine ci sono andato perché – testuali parole – “se un regista fa un capolavoro tre anni prima, il film successivo, se ne ho l’occasione, perché non andare a vederlo?”

Però restava che, in base a quel che avevo letto e percepito, il film non destava la mia attenzione. Un personaggio di fantasia, per quanto fico, poetico, simpatico e ben interpretato, non sarà mai quel Giulio Andreotti che ci ha fatto sognare, né ci sarà un Sean Penn, per quanto bravo e trasfigurato, che possa rimpiazzare nei cuori il Servillo nazionale (da Titta a Giulio, non importa in quali panni).
In quello che leggevo sui giornali e che sentivo dire a proposito del nuovo film di Sorrentino, avvertivo in particolare una sorta di dissonanza, che faceva stridere in maniera sospetta la grandeur delle presentazioni festivaliere con i resoconti giornalistici intorno alla “trama”, e questi elementi tutti insieme a loro volta stridevano con la sostanziale mancanza di entusiasmo in chi il film era andato sì a vederlo, ma non ne parlava.
Nei giorni precedenti avevo incontrato amici che dicevano “Stasera andrò a vedere Tmbtp”, e poi il giorno dopo li incontravo di nuovo ma questi non mi dicevano niente del film. “Dunque non è un capolavoro,” pensavo.

1.

Una riflessione a proposito di questa famigerata entità a oggetto dei resoconti giornalistici, una riflessione a proposito di questa “trama” mi è venuta appena uscito dal cinema, quando mi sono accorto che sì, il film che avevo visto parlava di una famosa rock-star degli Ottanta-Novanta che va al funerale del padre e scopre che il padre, ebreo sopravvissuto ad Auschwitz, era sulle tracce di un nazista rifugiato negli Stati Uniti e allora la rock-star, dopo aver fatto un salto a salutare David Byrne, si rimette sulle tracce del nazista. Alla fine lo troverà? Chissà…
E allora io avevo visto questo film, sì, però ero uscito dal cinema pensando che non ci avevo capito niente.

Giuseppe è forse troppo reciso quando dice che la materia relativa alla questione ebraica è lì per compiacere il produttore americano.
Di sicuro, però, c’è un fatto. I resoconti giornalistici dovranno pure render conto di qualcosa ai lettori dei giornali, e così pure i cinema d’essai dovranno certo riempire i loro bei programmi con un “contenuto”.
Insomma rimane il fatto che una storia dovrà comunque essere narrata, anche nel caso in cui il progetto del regista sia a-narrativo, cioè consapevolmente privo ab ovo di qualsiasi intento di raccontare una storia.

A questo punto lo spettatore medio di Sorrentino, come me, oppure come lo studente universitario che coltiva sogni artistici ma si sente intimorito davanti a Cy Twombly, oppure come l’impiegato che ha gusto per Lynch e gli piace anche Polanski però l’arte contemporanea e il jazz lo mettono in soggezione, insomma questo spettatore esce dal cinema e pensa “Di questa storia non ho capito proprio niente” e poi pensa “Tanto valeva che andavo a una retrospettiva su Cy Twombly o perché no? addirittura Pollock”.

Il problema è forse nell’aspettativa. In base al giornale, oppure per via del programma del cinema, ti aspettavi un film con una storia, ma la storia, in fin dei conti, non consisteva in quasi niente.

2.

Cosa rimane, dunque, di questo film?
Rimane ciò di cui parla per davvero, che è poi in pratica quello che già il titolo dice.

Tmbtp è infatti la storia della ricerca di un “luogo”.
Una regia solenne, barocca, mette in luce in maniera molto appropriata i dubbi, le incertezze e gli errori che il protagonista di questa ricerca compie per trovare quel “luogo”, e allo stesso tempo dipinge molto bene tutti i posti che di volta in volta si presentano alla vista per diventare eletti.

(Da qui in poi ci si può sbizzarrire con le interpretazioni. Che cos’è alla fine il “luogo”? È fisico o immateriale? In che consiste? È l’abbandono della proiezione del padre morto? È il ritorno al femminile puro della madre che ha perso il figlio? Una specie di redenzione dopo la guerra della vita? Tutte queste cose insieme?)

I luoghi è ciò che rimane. La suburbia dublinese all’ombra di uno stadio che sembra un’astronave aliena. I deserti, le casette del New Mexico, il paesaggio metafisico di un non meglio precisato “Utah”. Un deposito per auto, la periferia di una base aeronautica. Persino un bel castello, tutto sommato accogliente ma in realtà straniante sotto la parvenza del “buffo” (la piscina usata per giocare alla pelota, il neon della cucina progettato da un designer).

Non è giusto, secondo me, pensare che questo elenco trasmetta soltanto fredda tecnica fotografica non riscattata da niente, nemmeno dalla trama (che per davvero consiste in quasi niente).
Prima di tutto perché, allo stesso modo che a Cheyenne, anche allo spettatore il catalogo dei luoghi visitati resterà come galleria di paesaggi, come serie di immagini: ciò che appunto può benissimo coincidere con l’intento di un regista cinematografico e di un attore-icona.

In secondo luogo perché il tutto viene precisamente dietro quel titolo, quella frase, che è quanto chiunque potrebbe dire in un qualsiasi momento della sua vita. “This must be the place” è ciò che accomuna l’artista visuale ai coloni e ai pellegrini e ai fuggiaschi, è il vero punto di contatto tra Sorrentino e i suoi ebrei, per esempio, ma anche tra chi si mette in testa di costruire una piscina e chi chiede un passaggio in macchina. Persino uno come David Byrne potrebbe dire una frase del genere (come in effetti ha detto), ma così anche qualunque “ragazzo/a triste” potrebbe prima o poi dire quella frase, e così qualunque adulto, sebbene nulliparo e depresso, sarebbe capace di pronunciarla, al solo volerlo fare.

Questo, credo, era tra i c.d. messaggi del film.

Conclusione

Che cos’è che mi aveva disturbato? Era la chitarra solista di una cover-band? Era il cerone anacronistico? Il carrello della spesa che cambia forma e funzione? Il Dodge che cambia colore? Il mestiere di Jane? La gamba ingessata? O era già da prima la faccia di Giulio Andreotti nascosta dietro al lampadario?

Forse non lo saprò mai.

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