Qui è stretto, sono stanco, in principio era, vado là

Ovvero, Boia Faust!

Sono andato a vedere il Faust di Sokurov senza sapere che cosa aspettarmi, dal momento che è vero che a scuola ho fatto tedesco, ma non ricordo più quasi nulla.
Credo che da un lato il fatto di non avere aspettative abbia servito a qualcosa, nel senso che ha preservato quel certo nonsoché di verginità che hanno a volte gli spettatori nell’accostarsi a ciò che sanno essere un film “impegnativo”.

E d’altro lato, poi, come non negare la soddisfazione di uscire dal cinema completamente sconcertato e senza alcun punto di riferimento per giudicare quel che si è appena visto. Lo sconcerto talvolta si rivela una vera catarsi, che forse, tutto sommato, una troppo ragionevole rinfrescata preventiva di Goethe rischiava di rovinare (tanto più che il soggetto è filtrato attraverso il fedele sceneggiatore del regista).

Sta di fatto che il Faust di Sokurov è proprio impegnativo, forte, crudo, spigoloso, imprendibile, respingente. Si fatica a vederlo, si fatica ad apprezzarlo pienamente se si è digiuni di tecnica o storia del cinema, si fatica pure a ripensarci, e mi è persino capitato di averci ripensato nei giorni successivi, ma di averlo fatto senza volere, come un ricordo psicologicamente sgradito, come della polvere da nascondere sotto il tappeto.
Non credo siano in tanti, tra quelli che fanno arte con le immagini, a riuscire a che quelle immagini urtino in tal modo chi le guarda, cioè nel modo che si finisce per guardarle come si guarderebbe un mistero pauroso.

Ma in effetti alla base del Faust c’è la storia di un uomo che si avvia inesorabilmente verso la morte e il cui unico cruccio (nessuno ha mai detto che nelle grandi tragedie i crucci debbano per forza essere più di uno) è di non sapere che fare nel tempo che precede l’inesorabile. Su questa base Sokurov ha deciso di disegnare il suo film.
Avrebbe potuto disegnare qualcosa di meno irritante, di più accomodante, ma è evidente che la tematica non permette grosse deviazioni.

In ogni caso, di certo si tratta di un film da vedere, e da vedere possibilmente al cinema, e da non perdersi neanche un’inquadratura, e magari da guardarselo in lingua originale (a proposito, l’edizione che ho visto io presentava una sottotitolatura poco adeguata, mancavano alcune frasi e c’erano errori nella traduzione). Il Faust sokuroviano è il risultato di un grande e sofferto lavoro, ogni suo dettaglio lascia immaginare che lo sia: ogni precisione nel piegare la macchina da presa e nel dosare i vetrini, ogni riempimento sonoro, ogni ordine impartito ad ogni singolo attore o comparsa per far sì che i corpi si stirino e si contorcano nell’inquadratura, e così anche ogni elemento grottesco nell’incedere delle battute.

Perché poi c’è appunto questo fatto, di come la storia, una storia impunemente favolosa e incredibile, di come sia stata sceneggiata in questa maniera che non si riesce a capire se il risultato voleva essere più anarcoide o più esoterico, e comunque in una maniera che chi assiste ai dialoghi si sente spaesato e perduto, dal momento che l’impressione è che a ciascuna domanda che un carattere pone a un altro venga data una risposta assolutamente incoerente e folle.
È un po’ come se il sistema dei personaggi fosse in realtà un’unica coscienza: capace, in quanto tale, di elaborare più pensieri contemporaneamente, ma senza altra alternativa che presentandoci di loro il libero associarsi o addirittura accavallarsi, un pensiero sull’altro e uno di seguito all’altro, facendo presto perdere di vista un qualsiasi ordine.

All’interno di questo quadro di analisi, dunque, io non so se Goethe (cui, dicono, Sokurov si è ispirato) avesse in mente un progetto del genere: in altre parole, non so se attraverso il fiabesco villaggio tardomedievale circondato da selve sassoni e anhaltici speroni di roccia Goethe avesse inteso mostrarci il proprio cervello (ciò che in definitiva Sokurov ha fatto): tra le altre cose, per esempio, non so se, come in Sokurov, così pure in Goethe il dottor Faust e il diavolo, durante un maldestro tentativo di fuga dal villaggio, incappano nell’elegante carrozza di un boiardo che parla soltanto russo e li riconduce indietro (non lo so, appunto, ma ho come l’impressione che in JWG questo episodio non ci sia).

Poi mi è successo che con il passare dei giorni mi tornavano in mente frasi sconnesse, frammenti di discorsi e smozzichi sintattici riconducibili al film, quasi che fra tutti i torrenti teorici che in quella storia si erano riversati (e che io con attenzione avevo seguito) fossero emerse soltanto poche parole, ripetute più volte ora da un personaggio, ora da un altro, ogni volta con una funzione o un intento diversi.
Dall’amalgama generale in cui la mia memoria del Faust si discioglieva, rispuntavano solo parole alla rinfusa, che caratterizzavano e allo stesso tempo sfumavano ancora di più il significato della “grande tragedia” che avevo visto pochi giorni prima al cinema (del resto, però, nessuno ha mai detto che le grandi tragedie debbano consistere solo di frasi grandi).

Finché mi è successo che una notte, aggirandomi insonne per casa, ho cominciato a sussurrare «Wohin? Dahin!» Lo ripetevo come una ninnananna, e in effetti dopo sono tornato a letto e ho dormito molto bene.
E così, allo stesso modo, ho scoperto che è molto rilassante guidare il motorino nella nebbia, rincasando a sera, con il buio, e intanto scandire e modulare: «Ich bin müde. Ich bin müde. Ich bin müüüüüüüüüüde!».

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