Una cosa che avevo da dire

Paolo Marasca, La qualità della vita, Italic, 2010

Una volta portato a termine con relativa facilità, mi sono reso conto che La qualità della vita mi aveva come deluso. In un certo senso – ho pensato –, Paolo Marasca si comporta come Mirko, il suo protagonista, che promette e non mantiene. E come, nel libro, Mirko finisce per non presentarsi all’appuntamento che lui stesso in autonomia ha fissato per sé nelle prime pagine, così l’autore diluisce in un’attesa troppo lunga la potenza espressiva, l’ironia e la velocità con cui ci ha incantati nell’incipit.

Eppure sarebbe molto ingiusto sostenere che La qualità della vita non è un bel romanzo, per quanto breve. Infatti, a parte la brevità (su cui torneremo), rimane che certi elementi singoli, certe frasi o espressioni sono riuscite, poiché ben costruite e disposte altrettanto bene, e questo lungo tutta la durata della storia, non solo all’inizio.


Si considerino, per esempio: «Non è che non mi curassi di te: non mi curavo di nessuno nel 1992. Nemmeno di Milano» (cap. 22); «Hanno i miei documenti. Hanno i miei soldi. Adesso vogliono anche la mia calligrafia. Stento a respirare, questo posto deve essere pieno di amianto che non si cureranno mai di smantellare» (cap. 28); «Non siamo più sconosciuti: non si può parlare di ogni cosa con chi non è uno sconosciuto» (cap. 42).
Tutto questo (ma anche altro: la descrizione dei trolley alla stazione di Milano, l’ultimo capitolo…) va a merito della scrittura di Paolo Marasca, il quale è molto bravo a rendere il pensiero del suo protagonista, il suo disagio, il suo sentirsi inconcludente. Questo fino al punto che il lettore – cosa rara – si sintonizza in maniera molto familiare con Mirko e i suoi quarant’anni festeggiati male (nonché pure con alcuni comprimari, come Ahmed e le sue grane mentre progetta matrimoni riparatori).

Ciononostante avvertivo che c’erano dei problemi irrisolti nella materia e nella forma di questo romanzo, cioè dei problemi nel romanzo in sé, inteso come prodotto finale di un processo di composizione in cui l’autore è “autore” (in quanto tiene la penna in mano), ma non interamente “produttore”.

Dunque sono infine giunto alla conclusione che il nodo della questione – se mi è lecito –, più che nell’autore, stava nel suo editore.
Del resto non sarebbe la prima volta che un pensiero del genere mi assale in circostanze che si ripetono con molte somiglianze: autore esordiente pubblicato da una piccola casa editrice (più o meno altrettanto esordiente). E al pari delle altre volte sarei pure stato tentato di passare sotto silenzio questo mio pensiero, di lasciarlo a decantare (giustificandomi col dire che magari è soltanto è una mia impressione).
Però questa volta è troppo, e il troppo – credo – va denunciato con fermezza.

La punta dell’iceberg che chiamo “troppo” si sostanzia in una carenza nell’arte di editare libri, carenza che nel caso dell’incolpevole Marasca rasenta la vera e propria sciatteria.
Un “sì” senza accento è roba che può capitare a tutti, in qualsiasi libro (anche se – va detto – la probabilità che accada dovrebbe restare lontana, se si tratta di un libro di 143 pagine).
Qui però si sta parlando di un protagonista che si chiama “Mirko”, e che tuttavia, la prima e la seconda volta che il suo nome viene pronunciato, si chiama anche “Mirco” (pag. 53). Questo paradosso esemplifica perfettamente la pratica del non-leggere-le-bozze (oppure del farle-leggere-all’-autore, che però – come si sa – è la stessa cosa).

Stordito e amareggiato dalla meschinità del trattamento riservato al giovane esordiente da parte di chi avrebbe dovuto promuoverlo, incoraggiarlo e in qualche modo “proteggerlo”, mi sono deciso a mettere nero su bianco quel che pensavo.
E mentre mi scervellavo su come farlo, mi sono tornate alla mente certe figure di insegnanti del mio (nostro?) passato (la maestra alle elementari, la prof di educazione artistica alle medie, il prof di filosofia al liceo). Persone adulte e con esperienza che non soltanto ti insegnavano cosa fare e cosa non fare, ma riuscivano anche a capire che cosa tu sapevi già fare bene e ti dicevano: “Bene, bravo, continua così”, e poi dopo un po’ aggiungevano: “Perché ora non provi a seguire questa direzione?”, e tu allora seguivi la loro intuizione, ti indirizzavi verso dove ti consigliavano, e arrivavi a un risultato migliore che prima.
Questo, ahimè, a Paolo Marasca e alla Qualità della vita è mancato, e in tal modo quel meraviglioso, fulminante primo capitolo si è ritrovato orfano di un romanzo che ne fosse all’altezza, mentre invece quel che ne è risultato è un romanzo breve che non mantiene le promesse fatte.

E quindi alla fine mi chiedo: potrà mai una buona letteratura scaturire da quell’editoria indipendente in cui comunque pare che molti ripongano tanta fiducia?
Sì, credo davvero di sì, ma soltanto quando il piccolo editore smetterà di comportarsi da editore piccolo.

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