Variazioni sull’iperrealismo

Impressioni a proposito della pittura di Gerhard Richter

Giunto a Berlino, vengo fortunosamente a sapere della personale di Gerhard Richter alla Neue Nationalgalerie, e decido di cogliere l’occasione. Non conosco affatto l’autore, arraffo in fretta qualche informazione, leggo che la mostra si intitola “Panorama”, infine mercoledì mi dirigo al museo.
La Neue è un cubo caduto di faccia dal cielo. Il cubo si è piantato nella terra e ora ne emerge solo una parte, un parallelepipedo dai lati uguali percorsi da una vetrata. Dietro ai vetri, un lungo corridoio bianco con gente che passeggia e quadrati di diversi colori appesi alle pareti. Si entra e si scendono le scale verso biglietteria e guardaroba, poi si risale e ci si trova dentro la mostra.

“Sarà astrattismo?” penso mentre guardo superfici iridescenti dall’aspetto screziato che a tratti si interrompono e lasciano vedere sotto di sé altri toni e forme nascoste e solo intuibili. Si tratta di serie astratte che risalgono all’ultimo decennio della sua produzione.
Eppure, per quel poco che so, Richter non ha sempre dipinto in questo modo.
E infatti scopro subito a mie spese che negli anni Ottanta l’autore ha realizzato un’opera intitolata Specchio e consistente in uno specchio ampio e lucidato per bene, capace di rendere l’intera persona dello spettatore (che, inquietato e incuriosito, non mancherà di notare come anche soltanto lievi spostamenti del punto d’osservazione arricchiscano l’opera di nuovi dettagli).

E questo è solo l’inizio.
Negli anni Sessanta, poco più che trentenne, Richter operava in un modo quanto mai curioso. Si sarebbe detto che prendeva foto di famiglia in bianco e nero oppure pagine di giornali e di libri, ne isolava una sezione e la dipingeva, ingrandendola sulla tela e a tal fine trovandosi a sfumare meticolosamente e con grande perizia ogni singola linea in una nube indefinita.
Che la pittura si facesse riproduzione di una riproduzione stavano a testimoniarlo proprio quegli sfumati, ma così pure le eventuali didascalie della foto ritratta, l’assoluta eccezionalità dell’attimo fermato, gli abbagli del sole che può giungere a bruciare la pellicola (così va certamente inteso il bianco fortissimo nel quarto inferiore sinistro della Madre con bambino (Sulla spiaggia)).
Si tratta di un procedimento caro al pittore, che ancora in tempi più recenti talvolta si è concesso di trarci in inganno e incantarci, per esempio con donne di struggente bellezza, o con scorci e paesaggi piovosi.

Ma cosa succede quando quel pittore, con tutta la sua voglia di realismo, si mette a dipingere un naso, poi un sipario, poi il mare? Succede che la tela diventa un campo in cui i chiari e gli scuri si alternano e sempre più allentano i confini gli uni verso gli altri, succede che gli studi di nuvole si sostanziano in macchie, il quadro può risultare composto di due differenti accumuli di grigio (nella metà di sopra il cielo nuvoloso, nella metà di sotto il mare in agitazione) e nel grigio trovano la loro sintesi il bianco e il nero che caratterizzavano in larga parte gli esordi figurativi (si veda appunto la tela intitolata Grigio).
Questo periodo, inauguratosi – se ricordo bene – intorno al Settanta, non porta però all’abbandono delle riflessioni sul colore. Richter contemporaneamente conduce diverse operazioni: per esempio, reinterpreta l’Annunciazione di Tiziano, immerge transatlantici in un mare arancio e rosso, dipinge giganteschi fili d’erba, concepisce e realizza 4096 colori, una grande tavola laccata in cui vengono raffigurati 64×64 quadrati giustapposti.

Succede così che nei decenni seguenti la pittura di Richter allarga notevolmente i propri spazi: il figurativo diventa metafisico (anche e soprattutto grazie al colore: si veda la Candela), mentre l’astratto diventa sempre più simile al reale.
Compare a questo punto un secondo specchio. Si chiama 11 lastre ed è composto di undici lastre di vetro grezzo impilate in verticale una contro l’altra a ridosso del muro. Chi in esso si guarda non riesce a cogliere con nitidezza la propria immagine.
Si ha di conseguenza l’impressione che ora lo sfumato non sia più un semplice voler rendere la grana fotografica, bensì una mesta constatazione della irraggiungibilità pura (un po’ come quando il decrepito Monet non faceva che testimoniare delle sue cateratte).

La mostra si conclude appunto con il panorama del titolo complessivo: il corridoio bianco che corre a fianco della vetrata del museo e che raccoglie un numero spropositato di piccole variazioni del succitato 4096 colori.
La passeggiata lungo tutto il perimetro della Neue è un pegno che si paga volentieri all’autore, anche perché lo sguardo può già spaziare al di fuori.

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