Idee per un reportage sul petrolio (3)

In seguito la nostra geologa di fiducia ci accompagna a vedere i pozzi dismessi nella zona detta “Compressori”. Si tratta di una radura desolata al termine di una strada ombrosa e sconnessa. Un tempo sorgeva qui una stazione di stoccaggio del grezzo, che in seguito è stata abbandonata e smantellata, rimangono soltanto le fondamenta. Scendiamo per un sentiero argilloso (dove è possibile a volte trovare dei fossili).
Bisogna sapere che le torri erano in legno, perciò non è rimasto niente. Il pozzo petrolifero che ci troviamo di fronte si riduce così a una coppia di tubi sottili dotati di rubinetto che spuntano perpendicolari dal terreno. Un tubo è nero, l’altro è tutto ruggine. Dovrebbe uscire ancora qualcosa, qualora si provi ad aprire le valvole, ma non ci azzardiamo a sperimentare.
Non so quanti ce ne siano all’intorno, di posti del genere nascosti nel bosco e riconquistati dalla vegetazione. Mi pare di capire che non tutti i vecchi pozzi hanno ancora i tubi e che però tutti sono comunque tuttora riconoscibili dalle sostruzioni in cemento disposte a quadrato, che costituivano le basi per l’ancoraggio delle torri di trivellazione.

Al ristorante della famiglia di Stefano c’è la vecchia fotografia di un pozzo dove suo nonno ha lavorato. Il nonno in posa sembra un gigante, ma poi mi rendo conto che in realtà è la torre a essere piccola, molto più bassa e stretta rispetto a quanto mi sarei aspettato.
In effetti non sono molto preparato su un argomento del genere. Alle medie avevo fatto una tesina (all’epoca si chiamavano “ricerche”) sul petrolio, ma ora non ricordo niente se non le foto di Drake a Titusville, Pennsylvania. Ho pressoché totale sconoscenza delle tecniche di scavo ed estrazione. La qualifica professionale del Fanghista Junior, ad esempio, manco sapevo che esistesse.

Un’altra cosa che dovrei approfondire per un reportage fatto bene sarebbe l’analisi delle testimonianze antiche. Dire qualcosa su bitume, fuoco greco, Erodoto, Marco Polo, usi terapeutici, il mito italico delle strade asfaltate.

Infine, credo, sarebbe necessario vedere almeno Il caso Mattei e anche leggere qualcosa di Pasolini.
(Relativam. a cose del genere ho esperienza soltanto di There Will Be Blood, che è sì abbastanza didascalico, ma è fuori contesto.)

Un pomeriggio dico che vado a fare la spesa, prendo la macchina e scendo a Villa d’Agri. Imbocco la superstrada in direzione est, discendendo la valle. Esco alla seconda seguendo il cartello “Viggiano Zona Industriale” e raggiungo il Centro Olio dell’Eni.
Torri, tubi, scarichi, valvole, connessioni cromate, cisterne, ciminiere, pennacchi fiammeggianti, rubinetti rossi, leve blu, tappi gialli, scale, passatoie, balaustre, ponteggi, travi, capanni, container. Un costruttore di Lego impazzito e in preda alle furie ha sfogato la creatività su un’area di 18 ettari.

Sottovento le combustioni sono insopportabili.

Torno indietro facendo la strada che a mezza costa resta sul versante nord della valle.
Per due volte devio lateralmente: la prima verso il pozzo che chiamano Monte Enoc 5 e che rimane poco sotto la strada; la seconda verso il pozzo Monte Enoc 4, che invece è più distante, al termine di un piacevole tratto curvilineo ed ombreggiato.
In tutti e due i casi improvvisamente mi trovo davanti a terrazzamenti ghiaiosi recintati in maniera tenace, piazzali sterili di cemento e acciaio caldi per il sole, cartelli di pericolo (“IDROGENO SOLFORATO”) e altri segnali scritti in un maiuscolo intimidatorio (“CAMERA DI INTERCETTAZIONE”).
Questi sono i pozzi attivi. Da qui qualcosa esce.
Giro la macchina e vado via.

Dunque? Che fare?

Oggi è il mio ultimo giorno di vacanza, è il giorno più silente dell’anno. Al pomeriggio mi metto in cammino con i ragazzi, andiamo al torrente Càolo, il cui percorso giù dai monti è tortuoso, aspro.
Scavalchiamo l’inconveniente delle recinzioni della centrale idroelettrica e ci riappropriamo del canyon scabro e ripido che taglia il bosco. L’acqua scorre saltando da una pozza a quella sottostante e scavando si mangia a poco a poco tutti i sassi.
Con mani e piedi saliamo grossi lastroni, ci bagniamo i piedi nel freddo del torrente. Raggiungiamo una cascata senz’acqua, le alghe gocciolano verdissime. Arriviamo a una piscina più grande sotto uno stretto e scrosciante salto, c’è anche – e come potrebbe mancare – il famoso scoglio che ci si può tuffare.

Più tardi risaliamo il corso di un altro torrente, che però ora è senz’acqua (che viene deviata verso le turbine della centrale) sicché ora il torrente è una semplice cicatrice nel suolo, denuda gli strati, li lascia visibili ai lati come se stessimo camminando tra due enormi muraglie di megaliti tirate su da mani ciclopiche (ma del resto pure da questa parte del mondo i giganti hanno abitato in un tempo molto lontano).
Poi il corridoio si chiude, ostacolato da quella che era stata una ripida cataratta alta il doppio di noi. La spedizione termina qui, stretti nella terra, non tutti possono o vogliono proseguire, solo in tre si arrampicano e avanzano ancora per un po’, ma non trovano nulla e tornano indietro e intanto noi li aspettiamo, stretti nella terra, fino a farci come inghiottire da questa terra.

Eventuali suggerimenti per la colonna sonora:
a) Massive Attack, Traffic, Soundgarden, Primus e un paio di altre cose carine che avevo in macchina quando sono partito
b) Ai se eu ti pego nella parte iniziale dove dico “È il 14 agosto”
c) la pubblicità della Eni con il professore matto che dice “Uno cane! E ha pure sei zampe!”
d) musica popolare per le feste di paese
e) Goldfrapp per il viaggio verso Monte Enoc 4
f) Daniel Day-Lewis che urla “I am the Third Revelation!”
g) qualcosa di Bernard Herrmann per la scena al Centro Olio
h) qualche altra hit dell’estate per le serate al bar
i) il brano (inedito) intitolato Petroleum suonato dai Fenerbaciov (band locale in cui Stefano suonava la batteria)
j) qualcosa di più bucolico per i frammenti dell’escursione al torrente (tipo Book of Celts di Enya, magari seguita da Island in the Sun dei Weezer)

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