Andrea Tarabbia, Il demone a Beslan, Mondadori, 2011

Proverò a spiegare in breve perché Il demone a Beslan è un libro importante. Si tratta di un romanzo forte, duro, profondamente elaborato nonostante i frequenti rigurgiti di parole e immagini, e non meno commovente pure se ambientato nella frenesia incomprensibile della guerra che uccide donne, vecchi e bambini. Viene narrata una storia disperata in cui non si salva nessuno e in cui chi sopravvive è lì soltanto per ricordare e raccontare. Ne viene fuori innanzitutto una raccolta di frammenti della vita di persone che sono uscite dal mondo in maniera violenta, inghiottiti dalla balena in un giorno di festa senza poter rivedere la terra e la casa. E intanto a fianco di questi paesaggi e ritratti si svolge con terrificante angoscia una delle maggiori necessità (fattuali prima e diegetiche poi) della Storia, il “sangue-chiama-sangue” (con l’aggravante dell’innocenza di quel sangue).

Marat Bazarev è il nome che Tarabbia dà all’unico sopravvissuto del commando ceceno che nel settembre 2004 sequestrò mille tra bambini, insegnanti e genitori e occupò e tenne per tre giorni la scuola “1” di Beslan, città dell’Ossezia del Nord, sul territorio dell’impero russo. A proposito – si chiede l’incauto lettore iniziando il romanzo – io dov’ero? a quale pacifica e asettica attività ero intento? I fatti di Beslan, la strage nella scuola, e prima di allora la Dubrovka, e prima ancora le guerre cecene, l’occupazione, i rastrellamenti, i fuggiaschi alla macchia, il doloroso Caucaso si sono ficcati nella nostra vita come schegge che purtroppo a volte dimentichiamo sotto pelle. Andrea Tarabbia ha inciso queste infezioni del nostro essere “occidentali”, lo ha fatto scrivendo con intensità e senza cadute di stile e inoltre, a maggior merito, con un immenso rispetto per le vittime: non si riportano in vita i morti, tuttavia li si può scolpire sulla montuosa no man’s land che separa quel che abbiamo visto in tivù da quel che non abbiamo visto.

(Reperibile sul web anche un breve e interessante capitolo, poi cassato dal progetto editoriale, in cui un amico del socio di maggioranza dell’editore viene denominato “la faina”.)

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