Muhammad Dara Šikoh, La congiunzione dei due oceani,
cura e traduzione di Svevo D’Onofrio e Fabrizio Speziale, Adelphi, 2011

Muhammad Dara Šikoh, principe moghul vissuto tra il 1615 e il 1659, fu autore del maggiore trattato persiano a carattere comparativo sul pensiero religioso e filosofico di islam e induismo (Introd., pag. 11). Fin dal titolo (una citazione dal Corano) il trattato si propone infatti di indagare la congiunzione della verità e della gnosi delle due comunità di conoscitori del Vero (praef., pag. 78), cioè più precisamente delle scuole sufi, da un lato, e delle tradizioni vediche, dall’altro. La vita del principe fu peraltro interamente testimonianza di un incessante dialogo interculturale (è utilissima l’introduzione, che fornisce in proposito un resoconto sulle attività di traduzione tra sanscrito, arabo e persiano nel XVII secolo): nobile islamico che riteneva i Veda un libro rivelato, Dara Šikoh pagherà con il trono e con la vita la sua ricerca filosofica, scambiata per apostasia.

Questa prima traduzione italiana (e la prima in una lingua europea dopo più di trent’anni) si presenta molto attenta filologicamente (avvalendosi del maggior numero di testimoni manoscritti) e altrettanto “didascalica” dal punto di vista della presentazione del testo. È infatti con successo e fedelmente, a mio parere, che sono stati resi ad usum lectoris tanto l’acribia con cui Dara Šikoh elenca i cardini della estatica filosofia sufi e del pensiero dei monoteisti indiani, quanto una sorta di entusiasmo esegetico che anima lo stile di questo appassionato studioso. I risultati sono capaci talvolta di raggiungere alti livelli poetici.

[Gli indiani] ritengono che [nell’inalazione e nell’esalazione del respiro] si emettano due parole: nell’esalazione si pronuncia so [egli] e nell’inalazione aham [io] che [insieme] significano: «Egli sono io». Nella via dei sufi queste due parole corrispondono a Hu Allah [Egli è Dio]: Hu si manifesta nell’inspirazione, Allah nell’espirazione. Ogni essere vivente, senza esserne consapevole, emette queste due parole (III, pag. 86).

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