Daniel Kehlmann, Fama. Romanzo in nove storie, Feltrinelli, 2010 

Di e su Kehlmann ancora non c’è molto qui da noi. Per quel poco che ci si può muovere attraverso la sua scrittura si nota in primo luogo la grande (quasi camaleontica) adattabilità: il giovane bavarese è uno scrittore che diremmo poliedrico per la capacità di creare libri molto dissimili tra loro, con ricca varietà di temi, toni, stili. A una più attenta analisi emergono poi anche alcune costanti che, declinate in modi diversi, si ripresentano nel suo fare letteratura: l’universo non è riducibile alle facoltà umane; le facoltà umane non sono riducibili a esperienze di cui compiutamente si possa dare conto; la finzione è la realtà da un altro punto di vista; l’Abisso è tipicamente ciò davanti a cui i suoi protagonisti vengono a trovarsi.

Al centro dell’ultimo lavoro di Kehlmann è il tema dell’identità al tempo dei nuovi media, tema affidato via via a un uomo tranquillo, a un impiegato delle telecomunicazioni, a un attore celebre, a un autore di saggi motivazionali eccetera; queste alcune delle questioni: che cosa si è disposti a fare per “cambiare vita”? che cosa invece per “rimanere se stessi”? l’identità può essere sacrificata in cambio anche solo di una sopravvivenza? con quali conseguenze? se incontrate un noto scrittore, conviene chiedergli di farvi diventare personaggi nei suoi libri, o è preferibile supplicarlo di tenervene fuori? che cosa significa “essere famosi”? perché questo desiderio caratterizza tanto la nostra modernità? perché la fama e la menzogna appaiono legate?

Kehlmann organizza la narrazione in nove scenari diversi ma interconnessi (come chiarisce il sottotitolo), per cui si stemperano in brevi accenni le vicende altrove raccontate. L’autore si conferma come uno che non teme di affidare a un semplice punto a capo il sovvertimento totale della situazione precedente e senza complimenti scaraventa all’improvviso il lettore da un lato all’altro dello “specchio” costituito dalla pagina. Un limite parrebbe essere l’intrinseca mediocrità dei personaggi, lontani dalle grandi etopee a cui Kehlmann ci ha abituati (si consiglia in particolare la “recita di Beerholm”, È tutta una finzione, Feltrinelli, 20092); ma che la mediocrità sia intrinseca al moderno è appunto una delle tesi del libro, e non se ne darà colpa a chi l’ha descritta.

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