Marco Mancassola, Non saremo confusi per sempre, Einaudi, 2011

Non è che la giovinezza basti a fare un angelo di lui, non è questo il punto. Soltanto, c’è una promessa per questo ragazzo, il tipo di promessa che sembra esserci per chiunque sia abbastanza giovane, o abbastanza ignaro da crederci. Credere che non c’è motivo di morire adesso. Dirk Hamer, Alfredino, Eluana Englaro, Giuseppe Di Matteo, Federico Aldrovandi: i protagonisti dei cinque racconti di quest’opera sono giovani che hanno cessato di vivere nel nostro mondo. Allo stesso tempo, però, essi sono accomunati dal fatto che la loro dipartita, per quanto tragica e inaspettata, è avvenuta lentamente, con una lentezza tanto più struggente quanto maggiore è stata l’amplificazione mediatica della loro non-più-vita. L’idea prima e folgorante di Mancassola è che la letteratura possa inserirsi proprio qui, nei tempi lunghi e pieni di angoscia che intercorrono tra la corrispondenza nome/persona e la corrispondenza nome/ricordo: affidare alla scrittura il desiderio di una storia e un finale diversi, affidarle l’esorcismo di quelle angosce e di tutto quel senso di morte.

Un bambino al centro della terra è forse il racconto in cui tale poetica è resa al suo livello più alto: quello di cui si parla non è (non è più soltanto) un pozzo artesiano disgraziatamente abbandonato mezzo aperto, bensì un canale segreto che conduce in un luogo meraviglioso e fatato. E così pure in Un cavaliere bianco noi assistiamo non solo alla cronaca di uno dei rapimenti più biechi nella storia del Paese, ma anche alla trasfigurazione di un adolescente bello e amato in un vero supereroe.

Questi sono i motivi che, a mio parere, rendono Non saremo confusi per sempre una assoluta novità.

Purtroppo rilevo anche un paio di limiti. Innanzitutto un uso piatto della lingua, un italiano slavato (forse perché troppo attualizzato) e complessivamente non “bello”. In secondo luogo l’eccessivo compiacimento attraverso cui si giudicano determinati aspetti della società (la superiorità morale di chi intraprende un’opera del genere è indiscutibile, ma non dovrebbe in alcun caso essere proclamata fino a risultare stucchevole).

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