Giuseppe Merico, Io non sono esterno, Castelvecchi, 2011

Un padre stringe patti di sangue e si associa a una famiglia della mala. Una madre si umilia e viene umiliata finché non fugge con uno straniero giunto all’improvviso. Un figlio viene rinchiuso in un sotterraneo, tenuto nascosto, drogato, abusato e violentato dalla persona che più di tutti lo ama, o dice di amarlo. La voce del bambino racconta storie che non rispondono a nessuna domanda e che non ammettono alcuna replica, storie che si possono spiegare solo per supposizioni e congetture (le quali però, come ben sa il protagonista, sono inutili al pari delle speranze di fuga).

Giuseppe Merico vuole portare in scena una storia viscerale, perciò scrive con una penna che incide molto in profondità, lasciando solchi pieni di dolore. I suoi personaggi gravitano in un limbo nebuloso in cui non si riesce a distinguere tra uomini e animali, tra bambini e giocattoli di peluche, tra vivi e morti, tra realtà e delirio immaginifico. Luoghi e tempi del romanzo sono ridotti a macerie senza valore (c’è sì un Salento costiero, là fuori, ma meglio sarebbe se non fosse mai esistito), e allo stesso tempo gli oggetti che vi sono contenuti possono prendere vita e muoversi, sussultare e sbuffare come nei peggiori incubi.

Può succedere che il narratore che si trova all’esordio “che conta” reagisca in due modi opposti relativamente al proprio lettore: con il concedergli fin troppo in termini di confidenza e di chiavi di interpretazione (e quasi finendo per dipendere da lui), oppure fregandosi beatamente di chi legge e delle sue famose “aspettative”. Merico si bilancia abbastanza bene entro questi due estremi: se da un lato non permette che si scruti attraverso la sua scrittura, dall’altro si apre con immensa e commovente sincerità, fingendo nel linguaggio del piccolo prigioniero un linguaggio puro, autentico, lontano da ogni sofisticazione. Ciò che scioglierà le catene del bambino, ciò che lo renderà nuovamente esterno, saranno appunto in definitiva le sue parole, cioè i racconti, i riconoscimenti, i procedimenti analitici, nonché le descrizioni di quei paesaggi che, per quanto aspri e crudeli con i propri figli, offrono ancora visioni salvifiche di libertà, come barche in mare aperto.

Torna alla «Review»

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...