Sacha Naspini, Cento per cento, Perdisa, 2011

Per quanto riguarda questa novella lunga, il difetto, a mio parere, sta nel manico. Naspini (qui forse alla prova in un progetto datato e lasciato per qualche tempo nel cassetto) sbaglia là dove vorrebbe trionfare: la ricerca della trama (o dell’intreccio, o come si voglia chiamarlo), cioè più propriamente la ricerca del romanzesco. Infatti le agnizioni, le domande retoriche, le coincidenze del plot e i colpi di scena sono tanto meno riusciti quanto più sono troppi, e perciò troppo smaccati e prevedibili, pur nell’intento parodico che, presumo, avrà guidato l’autore.

D’altronde è vero che mettere in scena un vecchio pugile preso a cazzotti dalla vita, un uomo grosso e greve con alle spalle un’infanzia povera, il successo strepitoso e infine la galera per omicidio, metterlo in scena e farlo parlare per ore (non tante, a essere sinceri) davanti a una telecamera, è un’operazione non facile per un narratore. I luoghi comuni intorno alla parabola del protagonista e intorno al suo carattere rischiano di soffocare quello stesso carattere e la sua storia nei già-visto e nei già-sentito.

Al narratore di una siffatta storia, a mio parere, converrebbe piuttosto, in un certo senso, dimenticarsi di essere tale, fare finta di non esserci, sparire e lasciar parlare il personaggio (posto che sia di quel personaggio che si vuole narrare), anche a scapito della trama.

Solitamente, nel ragionare sulle trame, si fa riferimento all’immagine quasi mitica del “percorso da A a B”, percorso durante il quale sono possibili C, D, E ed altri ennesimi eventi intermedi. Converrebbe però anche ricordare che, così come nella vita reale, A e B non sono necessariamente consequenziali, e anzi che non è affatto necessario raggiungere B a ogni costo.

Per comparazione, un buon esempio che mi viene in mente (per via di evidenti affinità) è Pietro Grossi, anche lui alle prese con plot non del tutto originali (ma quale plot lo è?) e tuttavia piacevoli perché sapientemente e, soprattutto, discretamente parodiati. (Una conseguenza dell’approccio di Grossi è che la sua prosa diventa precisa proprio quando si sfuma in una atemporalità onirica; un’altra conseguenza è che le sue novelle lunghe non aspirano a diventare romanzi).

Per tornare a Naspini, di positivo rimane la lettura di una storia veloce, ricca di immagini e di scazzottate (con inserti di filosofia della noble art), raccontata con la ormai tipica verve del suo autore. E Dino Carrisi, il vecchio pugile, è un personaggio che sa farsi amare, nonostante l’aria da burbero.

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