Paola Soriga, Dove finisce Roma, Einaudi 2012

Roma finisce dove finiscono i tedeschi e iniziano gli americani, ma finisce anche dove cadono le bombe, dove ci sono le rappresaglie, i rastrellamenti, le torture e le fucilazioni. Nel primo capitolo Roma finisce dove iniziano i suoi antichissimi e labirintici sotterranei. È infatti in una grotta che Ida, 18 anni nel ’44, migrata al seguito della sorella dalla Sardegna prima della guerra e divenuta staffetta partigiana all’indomani dell’8 settembre, trova riparo per qualche giorno, spaventata e infreddolita, pensata e cercata da chi è rimasto in giro, eppure sola nel buio e assediata dai ricordi: l’età fanciullesca sull’isola (le parole della nonna, il fascino del professore delle medie, le decisioni prese per lei dai genitori), l’arrivo in città (dove «da subito è tutto diverso», la scuola, il catechismo, le amiche, le solidali comunità delle borgate) e poi la guerra, il lavoro, le fatiche, la scelta della resistenza fatta per amore.
Il parallelo tematico che Paolo Nori propone tra quest’opera e la poesia I partigiani di Nino Pedretti è sì interessante, ma tanto più azzeccato in quanto la prosa di Paola Soriga si muove in massima parte su registri poetici. C’è una grazia musicale dei ritmi delle frasi pari almeno alla grazia del lessico e all’eleganza della punteggiatura, e tutti questi elementi fanno sì che Dove finisce Roma sia un testo molto adatto alla lettura ad alta voce. «Don Pietro aveva chiesto se conoscevano qualcuno, se avevano qui dei compaesani, dei parenti. Francesco aveva detto un amico mio di scuola, e tirato fuori un biglietto dalla tasca, con il nome e l’indirizzo, ma don Pietro aveva visto che abitava sulla Nomentana, e pensato che avevano bisogno di qualcuno qui, nel quartiere, e aveva detto andate da Nando Cabras, a conoscere lui e la sua famiglia, due bambini belli come angeli, muratore e brava gente, dell’isola anche loro».
Acuta e originale è poi la tesi che traspare sullo sfondo e che, indimostrata, resta nella coscienza del lettore: essere donna ed essere «’na sardignola» sono condizioni che, sommate insieme, non possono che condurre all’antifascismo.

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