Pietro Grossi, Incanto, Mondadori, 2011

L’approdo di Pietro Grossi al genere romanzo (dopo i molto promettenti esordi nel campo della novella più o meno breve) non è di semplice valutazione. Da un lato paga pegno una presenza troppo accentuata dell’autore che sfocia in un deus ex machina arguto ma prevedibile e in un paio di situazioni extradiegetiche poco tempestive (ma c’è da dire che la materia narrativa ha da essere polposa, per via dei temi che si vogliono affrontare). D’altra parte, invece, è proprio la voce dell’autore a farsi bene apprezzare, perché a seguito di quegli esordi il toscano giovane e fiero non ha abbandonato la matrice del suo linguaggio, e senza dubbio il lessico di Grossi e la sua naturalezza nel muovere e far parlare i personaggi continuano a rivelarsi un patrimonio da preservare per la nostra letteratura in questi anni: si considerino i vari “schicchera” e “intabanato”, o l’uso del sostantivo “garbo”, ma anche l’epica sequenza dell’assemblaggio della “Sandra” e il poetico viaggio verso il Mugello.
Di molto positivo, inoltre, sono appunto i temi di Incanto. La storia dei tre ragazzini che crescono, i loro incroci e separazioni fino all’età adulta, le loro formazioni sono il pretesto per comporre alcune riflessioni sulla malinconia, sul sentimento del vuoto, sull’affacciarsi all’abisso in fondo a cui può esservi la ragione della realtà e degli eventi oppure il silenzio e il nulla. Forse il narratore è in definitiva reticente proprio dove avrebbe dovuto chiarirsi di più, cioè in merito a sé stesso (per esempio, non è chiaro se Jacopo, alla fine dei conti, crede in dio oppure no), ma ciò non impedisce alle riflessioni di raggiungere un termine stabile. Si tratta pur sempre di temi che Grossi conosce per averli già affrontati nella sua scrittura: si vedano Martini (Sellerio 2010) o, in chiave grottesca, La scimmia (in Pugni, Sellerio 2006). Incanto, oltre a essere una tessera in più in questo percorso, è pure un romanzo bello: con alcuni suoi personaggi faresti volentieri un giro di briscola o un bicchiere di rosso, e quel suo explicit, rapido e fulminante, chiude su una desolazione tanto potente da meritare ampiamente la lettura.

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