Andrea Tarabbia, La calligrafia come arte della guerra, Transeuropa, 2010

L’assedio narrato nel romanzo d’esordio di Andrea Tarabbia è duplice, poiché duplice è la città assediata di H. (la superficie e il sotterraneo si rispecchiano) e due sono le grafie ammesse per i nomi dei suoi abitanti (Horatio o Oratio? Hina o Ina?), inoltre doppio (e ingannatore) è lo scopo dei missili (distruggono e uccidono o sono strumenti di comunicazione?) così come lo scopo dell’arte dei calligrafi (c’è un’etica sottesa al bello che si persegue, oppure la calligrafia è destinata unicamente a essere incisa sulle testate dei missili e ad essere compresa soltanto da chi scrive?), e infine due sono le parti del romanzo (più un epilogo), a ciascuna delle quali corrisponde una diversa soluzione narrativa.

Merito della prima parte è immergere il lettore in una utopia negativa di ambientazione bellica in cui la guerra è data come una situazione permanente di ansia e di attesa, un dramma che affiora principalmente nei ricordi delle bombe già esplose e nella cosiddetta “normalità” del quotidiano, un affresco d’insieme dai dettagli agghiaccianti e dai contorni volutamente onirici e indefiniti (in cui talvolta la città di H. ne ricorda un’altra, quella di K.).

Merito della seconda parte è la frammentazione delle voci tesa a indagare le tante manifestazioni di dolore dei reclusi nella città sotterranea, i quali si trovano ad aver perso ogni cosa: figli, amanti, genitori, le case, la luce del sole, l’identitaria lettera iniziale dei nomi, le certezze intorno ai ruoli sociali e ai concetti di giusto e sbagliato in tempo di guerra.

Forse un limite del romanzo è nel non perfetto bilanciamento tra le due parti (l’improvviso cambio di scena esclude certi discorsi avviati in precedenza), ma la scrittura di Tarabbia è precisa e meditata (anche nelle descrizioni più convulse), la costruzione dell’argomento avviene in maniera consapevole e senza incertezze, stilisticamente si ha l’impressione di un’opera matura.

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