La macchina e la gara

Verso la fine dell’ottobre del millenovecentoenovantasette, il vecchio Ema e io partimmo da Bologna per Gaifana, in provincia di Perugia, un paesello sulla strada tra Nocera e Gualdo Tadino. Dormivamo insieme ad altri quattro o cinque a fianco dei campi sportivi, nella sede della società di calcio, in uno stanzone al secondo piano. Sulle pareti della camerata c’erano maglie e trofei e gagliardetti. C’era anche, a metà tra pavimento e soffitto, una linea orizzontale, un’unica, lunga crepa, sottile ma molto caparbia, che si interrompeva solo incontrando i vani di porte e finestre. Era come dormire dentro una pentola incoperchiata.

I biscotti della colazione erano gallette dell’esercito dal sapore indefinibile. I piatti per le razioni à emporter erano i piatti delle McSalad®. La pasta era Buitoni destinata al mercato orientale e sulle confezioni c’erano stampigliate in giapponese o che so io le istruzioni per fare gli spaghetti. La carne in gelatina stava dentro barattoli da mezzo chilo, era praticamente impossibile tirarla fuori a cucchiaiate e si doveva aprire un lato e bucare il lato opposto e poi soffiare, veniva fuori una specie di cerbottana di manzo. Il pelapatate automatico era un cestello ruvido che ne centrifugava anche un sacco per volta, scorticandole a poco a poco. Dopo qualche centinaio di cotolette, minuscole goccioline di grasso pulviscolavano a migliaia tutto intorno e si posavano sulla cucina e sulle facce dei cuochi.

Tra un pasto e l’altro andavamo in paese a giocare a carte e a bere caffè corretto col mistrà, o nella tenda della scuola a vedere i disegni dei bambini, e parlavamo, parlavamo tanto. Uno di Torino mi consigliò di ascoltare i Prong, uno di Lodi era bravo a imitare Guccini, i ragazzi di leva – facce da scafati, occhi stretti e accenti ancor più stretti – dicevano che nei biscotti della colazione ci stava il bromuro, un vecchietto del paese aveva fatto il militare a Bologna, il cuoco della Forestale si era fatto il Friuli nel settantasei, molti lavoravano alla Berloni, molti erano andati a stare a casa dai parenti.

Alla sera, prima di andare a dormire, ce ne stavamo a fumare e parlare in fondo alla scala che portava alla camerata. Faceva già freddo e nel freddo e nel buio ascoltavamo dei grossi rimbombi tra le colline, dei colpi, dei botti, che non si capiva da dove e non si capiva per come, erano ùluli enormi di un animale dinosaurico ingabbiato in una grotta, ingrottato giù nel fondo.

Un pomeriggio andammo a trovare una vecchia che abitava un po’ più in alto vicino al bosco. I muri di casa sua sembravano a piombo a vederli da fuori, però lei non poteva entrare, perché il secondo piano era sceso al piano terra. Il pollaio, invece, a piombo non era affatto, aveva preso la forma di un ferro da stiro. Arrivarono i pompieri, quel pomeriggio, parlarono con la vecchia, erano lì per via del pollaio. Andarono dietro la casa. Non avevo mai sentito dei muri cadere e il collasso del ferro da stiro mi fece stringere la testa nelle spalle, mentre la vecchia signora piangeva e piangeva.

C’erano due tizie di Torino alquanto fricchettone, erano sempre piene di iniziative e dicevano Andiamo a trovare questo e quest’altro, Andiamo a trovare quelli là, e così tra un pasto e l’altro andavamo in giro per tende, tra strade vuote e giardini. Ogni tanto arrivava un graduato, cazziava i ragazzi di leva, li prendeva con sé a scaricare qualche treno e poi li riaccompagnava indietro, e noi li vedevamo tornare che scuotevano la testa e schioccavano la lingua. Ogni tanto telefonavo a casa e dicevo Sì sì, va tutto bene, e sì che lo sapevo che dall’altra parte andava molto meglio, perché dall’altra parte i letti non stavano in bilico mezzo fuori dalle case e le case erano abitate e gli oggetti e le persone erano stabili, dall’altra parte, nessun pericolo per i pollai. Però, in un certo senso, in quelle telefonate ero sincero.

I turni duravano una settimana, da sabato a sabato. Il venerdì sera ci trovammo per l’ultima volta a fumare e parlare e fu proprio in quell’occasione che tutto fece un piccolo balzo. Non sapevo di poter essere così veloce nelle eventualità dei casi, non avevo mai sentito il mio corpo reagire con una tale destrezza, attraverso del cervello non passò niente di niente. Fu una cosa brevissima, uno o due istanti, e alla fine avevo la gola chiusa e le tempie fredde, le gambe larghe, le mani aperte con i palmi all’ingiù, mi era venuto il fiatone. Uno guardò in alto e disse che forse era meglio che ci spostavamo da sotto il cornicione.

Il giorno dopo, che era l’ultimo giorno, arrivò un esperto, uno tecnico. Aveva visto la crepa nella camerata e voleva sapere chi ci aveva dato il permesso. Noi avevamo appoggiato gli zaini al centro della pista di pattinaggio, ci stavamo salutando, ci stavamo guardando intorno. L’ultimo giorno che eravamo a Gaifana c’era un cielo inequivocabilmente autunnale. Non sapevamo chi ci aveva dato il permesso, gli rispondemmo, al tecnico. A quelli del turno dopo di noi vennero rimediati dei posti nelle tende.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...