Pagare i debiti con la Sardegna

Nel momento in cui parto per la Sardegna sono completamente sgombro di pensieri, perché so con molta precisione che si tratta di una situazione esperienziale del tutto nuova, inaudita e mai osata.
In quel momento, per esempio, di persona non conosco in tutto che due sardi: uno è un amico dei miei genitori, si chiama Efisio ed è bibliofilo; l’altro è un ragazzo che lavora qui in città ed è amico di Bilbo il batterista ed è proprio lui che ci ha portati in Sardegna.
E invece ora conosco molti più sardi che un tempo, però il nome di quel ragazzo me lo sono dimenticato e credo che si chiamasse Giovanni, ma non ne sono sicuro.
Il padre di Giovanni era albergatore in un villaggio vacanze dove da vent’anni famiglie da una parte e dall’altra venivano a passare l’estate. E anche Giovanni ogni estate tornava al ristorante del padre, pieno di progetti e iniziative per rinvigorire il ramo della ricezione turistica in quella regione che dei turisti non si sa bene cosa ne pensa. Tra le iniziative di quell’agosto (era il 2001) Giovanni aveva ottenuto in quasi esclusiva per il villaggio dei suoi l’esibizione dal vivo del nostro capitano, il biondo Pitea di Massalia, nella versione “Pitea Massaliensis & His Proudly-Oncoming Flagship”, cioè con Bilbo alla batteria e io al basso.

1.

Phew, for a minute there I lost myself.

Nel momento in cui ci imbarchiamo, siamo soli io e Bilbo, perché Pitea lo incontreremo sull’isola, lui infatti è partito già da un mese, dorme in campeggio e suona nei locali.
Passiamo la notte sull’acqua praticamente senza mai dormire. Ci siamo dimenticati i sacchi a pelo in macchina e non si può più scendere in garage dopo che la nave è partita. Sbarchiamo a Olbia e prendiamo la strada per Santa Teresa. Giovanni ci accoglie e ci presenta la famiglia e i ragazzi che lavorano con loro. Veniamo alloggiati insieme a un camerierino in una stanza con bagno dietro la sala giochi. Poi inizia il pranzo.
Ogni mattina il padrone andava al mercato e oltre al pesce per la clientela del ristorante prendeva anche da mangiare per tutti i suoi, tra cui anche noi (si scopre con piacere).
Ora che ripenso alla Sardegna, vedo forse cose che lì sul momento non ero riuscito a vedere, e anche se non ricordo l’esatto scorrere dei miei pensieri so tuttavia che ho pensato, per esempio quando Bilbo, seduto su un’altalena sotto gli alberi, mi chiedeva opinioni in merito alla tal questione o alla talaltra. Per esempio: Cosa pensavo dei Led Zeppelin? E dei Dinosaur Jr? Avevo mai letto Jodorowski? No, non l’avevo mai letto. Avevo mai sentito il rumore della notte? No, caspita, non l’avevo mai sentito. Non ero trepidante nell’aspettare quel che mi era destinato?
Io per natura sono sempre poco trepidante, purtroppo, e non so mai cosa aspettarmi dalle cose. Passiamo qualche giorno al villaggio, dormiamo col sole, andiamo in giro di notte, sulla strada che porta alla spiaggia incombe un boschetto di conifere con una piccola radura nel mezzo, la spiaggia è squassata dal vento, troviamo sulla sabbia un’esca notturna, un bastoncino di plastica fluorescente lungo non più di tre dita, giochiamo a lanciarlo lontano e andare a ritrovarlo. Dopo un po’ le nuvole coprono la luna e il vento cade. Torniamo verso il villaggio. Gli antichi, che credevano nel potere di certi luoghi, avevano un nome per identificare la visione di un tempietto votivo in mezzo ai rami di un bosco di alberi bassi. La parola era lucus, e la cosa in età tardoantica aveva generato non poco imbarazzo nei grammatici, perché solitamente per tradurre quel nome si ricorreva alla perifrasi di “piccolo bosco sacro”. Come può infatti un bosco ombroso ricordare la luce nel nome? Da qui il brocardo paretimologico lucus a non lucendo, “si chiama lucus perché non fa luce” (modellato sul parallelo canis a non canendo, “si chiama cane perché non canta”). In realtà, la perifrasi del bosco era imprecisa poiché incompleta, poiché – come spiega Traina – lucus indicava in origine non il bosco in sé, bensì proprio il punto in cui gli alberi si diradavano in modo che a chi guardava apparisse in mezzo all’ombra un cerchio più chiaro.

2.

B’at omines fingios, a carota,
chi sa ereta ti faente trota.
E nemancu un’assegnu posdatau.

Passano questi giorni e Pitea ci telefona da Alghero: Venite a prendermi, dice, Così suoniamo. Io e Bilbo ci ricordiamo così del fine ultimo del nostro viaggio. Per quanto mi riguardava, infatti, era la prima volta che partivo per un viaggio con quello scopo tanto romantico eppure straniante che è l’intrattenere degli sconosciuti grazie a delle tecniche che si sono imparate. Si tratta di un’esperienza che poi in seguito ho ripetuto, ma il senso dello straniamento non mi ha mai abbandonato, ed è per questo che qualche anno dopo il battesimo sardo, una sera a Brescia, dopo che avevamo suonato in un circolo arci, avevo infine confessato a Bilbo che mi pareva proprio strano che ci pagassero per suonare.
Ad Alghero arriviamo di sera, facciamo una passeggiata sulle mura, beviamo birra, ascoltiamo Pitea che suona e canta in un bar sul lungomare pedonalizzato, poi dopo il concerto andiamo in un altro locale, più tipo discoteca, ci si accoda un paio di altri giovinastri, io e Bilbo ce ne stiamo fuori dal locale per la più parte del tempo, parliamo e beviamo e alle cinque di mattina andiamo tutti a mangiare una pasterella dolce in un posto che gli altri due ci hanno consigliato. Bilbo e Pitea prendono un bagno, uno rischiando la congestione, l’altro uscendo poi dall’acqua nudo come un dorico semidio pagano, dobbiamo sembrare degli alieni, una solinga jogger passa e sfila via in tuta lunga e con gli auricolari, la guardo allontanarsi, poi mi stendo su un lettino sulla spiaggia vuota fino a che sorge il sole da dietro i monti e arriva il bagnino.
A volte mi capita di avere dei ricordi nettissimi della nostra permanenza sull’isola. Sulla strada del ritorno verso Santa Teresa ci eravamo fermati a Capo Caccia e avevamo sceso e poi risalito la lunghissima scala che dalle scogliere porta all’ingresso delle grotte, poi in mezzo a una piana assolata circondata di montagne e tagliata in due da un’unica traccia d’asfalto avevamo visto un piccolo nuraghe e ci eravamo entrati e forse eravamo pure saliti sul tetto. Al ritorno avevamo aperto i bagagli e preso fuori gli strumenti e collegato i cavi, avevamo provato i pezzi in una saletta improvvisata tra le casse di bottiglie sul retro del ristorante, avevamo discusso e risolto alcune questioni (si era indecisi se fare o no Karma Police) e infine avevamo suonato nella piazzetta del villaggio, e dopo il concerto ci avevano offerto da bere e avevamo chiacchierato ed eravamo andati a vedere lo spettacolo di un clown che era appena arrivato da lontano.
Altre volte, invece, nelle mie sinapsi domina piuttosto la confusione, come di norma accade in questo punto del resoconto, quando arrivo a raccontare una delle cose più incredibili che ho visto.

3.

E ora, signore e signori.

Ci dicono che c’è un piccolo paese nell’interno, dove ogni estate si organizza un festival jazz, e Pitea dice che ha sentito parlare di questo festival e delle persone che ha conosciuto ci andranno certamente, allora decidiamo di andarci anche noi e una sera, dopo cena, partiamo. Sappiamo che c’è un campeggio libero che se anche arriviamo a qualsiasi ora non ci sono problemi per trovare posto. Viaggiamo nella notte verso le montagne, la strada sale sempre più, intorno è tutto buio, nerissimo, ogni tanto ci fermiamo per una pausa o per pisciare, attraversiamo un posto che di nome fa Tempio e continuiamo a salire, e dev’essere in quel momento che incontriamo uno spirito a bordo strada che ci guarda passare con i suoi occhi di cuoio e noi ci giriamo a guardarlo al rallentatore, poi scendiamo verso la valle, ci fermiamo a mangiare un boccone a Oschiri in un posto ancora aperto e alla fine arriviamo a destinazione, un paese spalmato su una collina in mezzo alla pianura. Entriamo nel campeggio, che a quell’ora è vuoto, montiamo la tenda e andiamo verso il paese, ci dicono che il concerto della sera, quello che si tiene in piazza, è già iniziato. La piazza è piena e c’è bisogno del biglietto per entrare, riusciamo ad avvicinarci al palco solo negli ultimi minuti, ma poi, quando la musica finisce, veniamo a sapere che in un bar in cima al paese si alterneranno jam session fino alla mattina.
Io di jazz non me ne intendo e non ci ho mai capito molto. So che è bello, fatto bene, ma alcuni suoi aspetti mi hanno sempre per così dire sopraffatto e quella situazione lì, che ormai fanno dieci anni e passa, quella situazione non mi fu di alcun aiuto a chiarirmi le idee in merito a certe componenti impalpabili di cui i suoni possono caricarsi prima di entrarci nella testa.
In quella sera e poi nel giorno successivo e ancora per tutta la sera seguente Berchidda non mi insegnò che cos’era la musica, per il fatto che io in tutta la mia spensierata insipienza non vedevo motivo di pormi domande che in ultima analisi concernevano la mia presenza in quel luogo. E tuttavia Berchidda mi fece ascoltare tantissime cose diverse e tutte riferibili al medesimo concetto: l’assolo di un trombettista molto virtuoso che tenne una sola lunghissima nota per concludere il concerto, una brass band balcanica, due concerti per pianoforte dentro una pieve in mezzo ai campi di grano, una gara di improvvisazione tra due poeti del paese, calypso e dixieland, Miles Davis e John Zorn, i canti alla fisarmonica degli agenti della forestale che stavano di guardia al campeggio e alla mattina mettevano ad arrostire una pecora intera, e l’umanità che nel campeggio aveva dormito poche ore cantava con loro oppure ascoltava le radio davanti alle tende oppure cantava sotto la doccia, e Pitea cantava in macchina seguendo una cassetta che girava, e Bilbo invece mi prese da parte e mi recitò Seguendo la via che va verso il lago tu troverai la sorgente, là troverai la collina dei giochi, là tu deponi il tuo cuore, e poi mi disse Sai come si chiama questa? Il funerale.

Mi accaddero anche altre cose, ma erano queste che mi premeva dire.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...