I paralipomeni tucididei

Nel V secolo a.C., in Grecia (più precisamente ad Atene e in Tracia) visse e fu attivo Tucidide figlio di Oloro. Di famiglia benestante, frequentò ambienti colti e poté dedicarsi agli studi (di retorica, poesia, scienze naturali), e quando fu adulto, nel momento in cui scoppiò la guerra che oppose Atene a Sparta, si decise a scrivere di quel conflitto.
Vi partecipò anche, alla guerra, ma senza troppa fortuna (o bravura). Pare che l’insuccesso gli costò un esilio, e che questo fu duro come gli esilii possono essere, se ti senti un buon cittadino e se ami la tua città. Ma si dice anche che l’abbandono di Atene e della vita pubblica gli permise di meglio continuare l’opera di scrittura intrapresa.

Quel suo racconto della guerra, che è l’unica cosa su cui sappiamo che ha lavorato (e l’unica a essere a noi pervenuta sotto il suo nome, se si esclude l’epigramma che inizia Mnama men Hellas), costituisce non solo a mio avviso una delle più importanti acquisizioni del genere umano.
Uno dei motivi è che esso sta alla base delle nostre concezioni su storia e storiografia.
Un altro motivo è che esso è imprescindibile pure per la comprensione di precisi aspetti della modernità come la conosciamo, tanto filosofici (come la psicologia delle masse, o le teorie politiche) quanto politici e sociali (come i concetti di “democrazia”, di “armonia sociale”, di “discordia civile”).
Un altro motivo è che Tucidide aveva sviluppato un modo molto particolare di organizzare e costruire i discorsi, le diegesi e le analisi che componevano la sua opera, e tramite un continuo e incessante mestiere di condensazione delle frasi e diluizione delle opinioni riusciva come in un gioco a far perdere il lettore tra le une e le altre, tuttavia chiarendogli a poco a poco il senso generale di quanto lui stesso o i personaggi delle sue storie volevano dire.

E io, che ho letto Tucidide per molti anni e ancora adesso talvolta lo leggo, di questo suo mestiere sono sempre stato molto invidioso.
E in più mi sono trovato a vivere in un’epoca fortemente caratterizzata da situazioni che mi apparivano e mi appaiono “tucididee”: cioè situazioni (politiche, innanzitutto) in cui il rivolgimento delle opinioni e il mascheramento dei concetti sono diventati procedimenti comuni, che quotidianamente portano il rischio di generare sofisticazioni nella descrizione della realtà (e dunque nella sua percezione da parte di chi fruisce di quelle descrizioni).
A un certo punto, quindi, ho scritto queste cose: Il discorso dei senatori; La fuoriuscita; Il secondo proemio; La questione editoriale.

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