Il discorso dei senatori Rossi e Turigliatto

How does it feel like to let forever be?

Alla fine dell’inverno il senato fu convocato a discutere il rinnovo dei finanziamenti a sostegno della missione afghana, a cui l’Italia partecipava dall’inizio, avvenuto cinque anni prima con l’intento – dicevano alcuni – di rafforzare la propria credibilità presso gli alleati.
Lo scioglimento delle camere rappresentative, il cambiamento di governo, e il generale rivolgimento politico avevano però fatto sì che, riguardo a certe situazioni prolungantisi da un regime all’altro, le opinioni delle diverse parti fossero anch’esse mutate in maniera piuttosto coerente.
Così era accaduto anche per la missione in Afghanistan: certuni che prima la chiamavano «atto di guerra», ora la definivano «missione di pace», mentre altri per cui un tempo essa era «missione di pace», ora dicevano che si trattava di un inguaribile pasticciaccio internazionale.
Le parti erano dunque divise, e ciascuno si apprestava a votare nella maniera cosiddetta compatta: infatti anche poche astensioni o pochi voti contrari avrebbero avuto la capacità di rimettere in discussione molte altre cose.

Allora i senatori Rossi e Turigliatto, poco inclini a compromettersi anche in altre situazioni, alzatisi dissero queste parole: «Certo chiameremmo fortunato colui al quale non accada, benché contrario agli ordini imposti dalla propria cerchia politica, di essere soggetto agli insulti e al disprezzo da parte di coloro che a quegli ordini obbediscono. E d’altronde il rischio per un tale esito esiste, dal momento che, pur continuando a volere ciò
che volevamo un tempo, ora ci troviamo consonanti con chi mai ci saremmo aspettati di essere.
Riguardo alla mozione di cui discutiamo, poco vi è da dire se non quanto già si conosce: più grande appare l’ambito delle decisioni politiche, più sparuto è il manipolo di persone che bieche cercano di approfittarne. È perciò della massima importanza saper utilizzare le tre armi della buona politica – la coscienza, la coerenza, e il giudizio – per difendersi e per difendere l’intero stato dalla terribile fame: l’avarizia.
E un’altra e ben più personale consapevolezza intorno a ciò che si decide oggi è questa: non è da pensare diverso da quanto dovremo decidere domani, o nel giro di un mese, o tra un anno. Sicché, concludendo, ci rivolgiamo a voi, che foste e che siete ancora compagni di lotte, con l’augurio che ciascuno prenda la propria decisione serenamente e senza alcun timore.
E invece a quanti presumibilmente si rallegreranno di questo disaccordo, diciamo: la vostra ipocrisia non è diversa da quella che andate rampognando negli altri. Il nostro voto rimane un voto contro di voi».

Parlarono così, e poi furono noti i risultati: la maggioranza era contraria, ma il governo resistette con un’insolita tenacia.
E questo inverno finiva, e si era ormai nel ventinovesimo anno da quando mi toccava di sorbirmi questa guerra…

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