La questione editoriale

Fabbricando case ci si sente vuoti dentro al cuore

Per avere un’idea approssimativa del declino dei costumi che affliggeva la nazione in quegli anni, basti pensare cosa accadde quando a capo del governo fu messo l’uomo, se non il più ricco del paese, quantomeno il più in vista tra i ricchi – la cui visibilità egli si era tuttavia acquistato non tanto tra le associazioni degli industriali, bensì presso il popolino, e non grazie a effettivi benefici elargiti al corpo dello stato, bensì perlopiù per via di cospicui investimenti di denaro effettuati unicamente per il tornaconto proprio e di qualche avvocato e politico che in malcelati rapporti clientelari gli si erano avvicinati.
Avvenne infatti che questo sagace cavaliere del lavoro si era messo in mostra imperniando il suo potere privato su alcune frequenze radiotelevisive – di cui aveva con facilità ottenuto la concessione – e su alcune altre cosiddette realtà editoriali, delle tante che animavano la vita culturale e il pensiero della gente in quegli anni. Tra queste, di cui con altrettanta facilità era venuto in possesso, vi erano per esempio anche due tra le più autorevoli e maggiori case editrici del paese, nonché addirittura alcuni quotidiani che, seppure non direttamente riconducibili alla sua proprietà, tuttavia per lui parteggiavano in maniera clamorosa.
Ed era tanto che costui si affannava per parere agli occhi dei molti a tutti gli effetti un “editore”, che persino dei suoi detrattori (che tra difficoltà sempre crescenti e senza risultati continuavano a farsi sentire) ben pochi ricordavano o menzionavano come egli, in effetti, “editore” non fosse affatto.

E di certo editore non fu, almeno inizialmente, cioè all’inizio della sua carriera di imprenditore, quando a capo di alcune società edili aveva provveduto a tirare su un intero quartiere nel retroterra di Milano, allora la città più fiorente e anche allora la più desiderosa di autonomia.
A quello stesso periodo e proprio a quel fatto risaliva la fama che questi si era procurato dislocando verso la sua potente città astronomiche cifre di denaro.
Tale denaro, peraltro, era e restava di provenienza incerta, così come incerte e ombrose erano le notizie intorno all’iscrizione del suo nome in elenchi di società non registrate e in odore di conventicola massonica.
Va detto che la parabola storica di tali società, ormai lontane da qualsiasi spirito autenticamente rivoluzionario, aveva comportato un netto scadimento della massoneria in pura e semplice (e perlopiù innocua) pratica del lobbying, anche se inquietavano certi appoggi che alcuni capi di queste adunanze avevano trovato in seno ad associazioni di criminali che complottavano offensive contro lo stato.
Ma di tutto quanto lo si poteva sospettare o poteva essergli imputato, cioè del fatto che in maniera molto poco lucida le sue ricchezze erano state guadagnate, tuttavia le prove non parevano essere da nessuna parte – come anche ricordavano alcuni giornalisti e molti benestanti cittadini.

Ma forse neppure fu costui editore in seguito, dal momento che – come si diceva – la sua entrata in scena sul teatro dell’editoria aveva portato più svantaggi che altro, non da ultimo il generale rimbambimento della popolazione, che in tanti notavano ma non tutti rampognavano a dovere.
Egli, infatti, continuava a essere niente meno e niente più che un costruttore e un dislocatore di denaro e ricchezze. Ciò era dimostrato tanto dagli acclarati compromessi con i potentati terrieri del sud, quanto dalla prontezza con cui lui e molti dei suoi clienti intervennero in materia di spostamento terra e di controllo per così dire cementizio del territorio, quanto anche dal fatto che il ministro dell’economia divenne a un certo punto la chiave di volta della maggioranza di governo.
Ciò infine era dimostrato anche da quello che appariva il suo principale scopo in quanto editore (o in quanto maggior beneficiario di quelle summenzionate società editoriali): lo scopo palesemente consisteva non nel dire le cose, non nel pubblicarle – ciò che dell’editore sarebbe il nobile compito – bensì nel tacerle.
Fine del trentatreesimo anno di guerra, anche questo scritto da me medesimo…

Vai di quaTorna su

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...